Quando tutto inizia

Quando tutto inizia

“A volte vorrei entrare nella testa di un uomo per riposare un po’.”

Di Fabio Volo, Mondadori 2017

A malincuore faccio questa recensione. Perché questo libro, come anche un po’ gli ultimi bisogna dir la verità, non mi ha detto nulla.
C’è sempre un lui, c’è sempre una lei, qui poi c’è anche l’altro. Viene raccontata la dinamica relazionale di una coppia di amanti. Fine.
Gabriele, pubblicitario single sulla quarantina, fugge dalle relazioni per paura di compromettere i suoi spazi e le sue abitudini.
Silvia, spostata e con un bambino piccolo, non sa di star cercando degli occhi che la guardino con desiderio, fino a quando quegli occhi non le si posano addosso.
In nemmeno duecento pagine leggiamo di come progredisce questa relazione, fino alle sue fasi finali.

Posso dire che il libro mi è sembrato tirato via? Bé, io lo dico. I personaggi si muovono su uno sfondo bianco, non c’è niente che venga descritto, niente su cui ci si soffermi. Gli stessi protagonisti mi sembrano più degli stereotipi, che delle vere e proprie anime.
Non sono rimasta soddisfatta. Diciamo che qui capisco un po’ di più quel coro di voci che ad ogni uscita di un libro di Fabio Volo si interroga sul come faccia ad avere sempre tanta risonanza.

Per farmi un’idea di che cosa ne avessero pensato altri, ho anche letto qualcosa qua e là su internet, trovando scritto che però lui colpisce sempre nel segno. Ora, senza sminuire le sue capacità, vorrei però riflettere su come possa diventare facile colpire nel segno quando si inscenano dei tipi fissi. Se lancio qualche frase ad effetto sul come sarebbe stata la mia vita se avessi colto quell’occasione, scelto quella persona ecc… chi di noi non si è mai fatto questa domanda? Più che un colpire nel segno, la trovo una mossa da mi piace vincere facile.

Ditemi la vostra.

P.s. Bellissima l’immagine di copertina. E’ una foto scattata dallo stesso fabio Volo che ritrae un paesaggio della meravigliosa Islanda.

Anna

Annunci

La ragazza nella nebbia

 

 

di Donato Carrisi.

“La prima regola di un grande romanziere è copiare”.

Libro e film, entrambi a firma Donato Carrisi. Il film, che è uscito da poco nelle sale, l’ho visto due volte. Subito dopo ho anche letto il libro, appena regalatomi per Natale. Direi che mi è piaciuto! E per una volta, fatto raro, secondo me il film supera il libro.
Di Donato Carrisi avevo letto qualche anno fa il suo romanzo di esordio, “Il suggeritore”: mi aveva avvinta, ma mi era sembrato anche un po’ “malato” e io non amo la morbosità. Questo “La ragazza nella nebbia” mi è piaciuto molto di più.
La storia è diabolica, ma densa di spunti di riflessioni. Come quella amarissima sulla giustizia dei tribunali e gli errori giudiziari. O il fatto che i veri processi non si fanno nelle aule di tribunale, ma sui media. E, ancora, che nella finzione dei romanzi il motore dei delitti è l’odio, nella vita vera è il denaro.
Il film, poi, trasmette un’atmosfera surreale che nel romanzo manca e che rende la storia particolarmente intrigante. È inoltre impreziosito dall’ottima recitazione del sempre grande Toni Servillo e di uno stralunato ed efficace Alessio Boni, che spero molti ricorderanno come il bello e tormentato coprotagonista de “La meglio gioventù”, uno dei miei film-culto.
Mi sono trovata – incredibilmente! – a discutere del film con più di una persona che aveva dato del finale tutta un’altra lettura, senza cogliere così il senso della storia (e poi, riflettendoci, mi ha dato ragione). Quindi attenzione ai passaggi della vicenda.
Se il film è ancora in qualche sala, rincorretelo. Oppure recuperatelo in un cinema minore o alla prossima arena estiva. Il libro è in libreria che vi aspetta.

Mariarita

Harry Potter e la maledizione dell’erede

Harry Potter e la maledizione dell'erede

Di Jack Thorne, Jhon Tiffany e J.K. Rowling edito da Salani, 2016

Inizio le mie letture 2018 con Harry Potter e la maledizione dell’erede. Proprio di questi tempi lo scorso anno leggevo I doni della morte.
Dopo i primi sette libri letti uno di seguito all’altro, è passato un anno esatto prima che io trovassi il coraggio di affrontare l’ottavo libro e hanno pure dovuto incitarmi un po’.

Capisco che per i puristi questo libro non abbia molto a che vedere con i suoi più famosi fratelli.

TUTTAVIA…

Tuttavia la storia non è male. Non è nulla di originale, mi sono sentita un po’ trasportata dentro “Ritorno al futuro“, oppure “The Butterfly Effect“. L’idea del viaggio nel tempo che permette ai personaggi di modificare gli eventi futuri, correggendo quelli passati, non è innovativa. Si inserisce però bene nella cornice di questo testo, dove troviamo i figli dei nostri amati beniamini alle prese con il ritorno del Signore Oscuro.
Sono passati vent’anni dai fatti ben più noti e Albus, secondogenito di Harry e Ginny, e Scorpius, figlio di Draco Malfoy, cercano di onorare il pesante fardello dei nomi che portano facendo qualcosa di incredibilmente eroico e incredibilmente stupido.

Il testo è la sceneggiatura dell’opera teatrale. La lettura è rapidissima e molto scorrevole. Personalmente leggere un copione non mi ha entusiasmato, sicuramente vedere il recitato è un’altra cosa, ma sulla carta stampata non è coinvolgente e avvolgente come un racconto.
Se c’è ancora qualche lettore tardivo come me, potete avvicinarvi al libro senza avere grosse pretese, partendo dal presupposto che la saga era già completa e magnifica con I doni della morte. Non è un valore aggiunto, ma potete respirare un altro po’ di quelle magie, di quei personaggi che vi hanno tenuto compagnia e incendiato gli animi per tanti anni.

Anna

 

The Greatest Showman

The Gratest Showman

Di Michael Gracey, 2017.

E’ un po’ di tempo che sul blog non si parla di cinema. Ha senso farlo adesso, alla vigilia dei Golden Globe, per darvi un’interessante spunto per una serata al cinema.

Avevo mille riserve su The Greatest Showman. La prima, la più grande, è la mia incompatibilità con i musical. Durante i cantati tendo spesso ad annoiarmi. Non vogliatemene, è più forte di me.
La seconda riguarda il trailer che non ha saputo catturarmi. Ora non che un trailer accattivante sia sinonimo di un film ben fatto, ma almeno desta l’interesse. C’è da chiedersi come mai io sia arrivata al cinema. In ogni caso il film mi è piaciuto da morire.

Il musical inscena la storia di Phineas Taylor Barnum, ragazzino dalle modeste origini che cercò tutta la vita la sua possibilità di riscatto. Homo faber fortunae suae e Barnum si rese artefice della propria fortuna mettendo in scena il primo spettacolo circense della storia, nel quale aveva radunato tanti “fenomeni e stranezze. Parliamo dei primi anni del 1800 e il bigottismo faceva ancora alzare i sopraccigli di molti. Tacciato dai benpensanti di essere un venditore di fuffa, Barnum con i suoi spettacoli vendeva soprattutto un’ora di sorrisi. Dunque che l’uomo più pesante del mondo non fosse altro che un grassoccio signore riempito di cuscini e che quello più alto camminasse sui trampoli erano poi note così importanti a dispetto di qualche ora di puro e sano divertimento?

La colonna sonora è strabiliante, sono giorni che in casa la ascoltiamo a circolo continuo. Una standing ovation per Hugh Jackman, che questa volta veste dei panni ben diversi da quelli di Wolverine, che riesce ad essere comunicativo, brillante e divertente, oltre che un cantante di un certo spessore. Michelle Williams, che nel musical interpreta Charity Barnum, è sempre dolce, delicata e molto espressiva. Credo che sia una delle attrici femminili che preferisco. Poi c’è anche Zack Efron che dimostra ancora una volta di avere vero talento. E’ un peccato che forse la sua lunghissima carriera Disney lo porti ad essere preso relativamente poco sul serio, passatemi il termine, perché invece se la cava bene sempre, sia in parti drammatiche, che in quelle comiche.

Ho aperto parlando di Golden Globe, che saranno assegnati l’8 gennaio a Beverly Hills,e allora ne approfitto per dirvi che questo film ha tre nomination: miglior film commedia o musicale, miglior attore in un film commedia o musicale e miglior canzone originale. Non resta che vedere che cosa succederà.

Vi consiglio veramente la visione del film!

Link al trailer

Anna

L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là.

L'orizzonte, ogni giorno, un po' più là.

 

Di Claudio Pellizzeni, Sperling & Kupfer 2017

Il libro che chiude il mio 2017 letterario è un libro che invade il cuore e la mente: L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là racconta la reale avventura di Claudio Pellizzeni, trentaduenne piacentino impiegato di banca che, soffocato dal nodo della sua cravatta e della sua vita, decide di lasciare tutto e partire per un giro intorno al mondo senza aerei.
Ci vuole coraggio, penserete, a mollare oggi come oggi il porto sicuro di un lavoro a tempo indeterminato, la certezza di un tetto sopra la testa, i visi familiari di parenti e amici.

Abbandonare la propria zona di comfort non deve essere visto come un gesto superficiale, non lo è affatto, se mai è la decisione di chi ha capito che è il tempo il dono più grande che ciascuno di noi ha. Investirlo in cose mirate al guadagno, al profitto solo materiale non aggiunge vita ai nostri giorni. Le vere ricchezze di questo mondo non sono quantificabili in euro o in dollari, non c’era bisogno che questo libro me lo ricordasse, però, pagina dopo pagina, assaporerete un po’ dell’essenza della libertà che ha tanto cercato Claudio, che un po’ ha trovato e che un po’ condivide con noi, tramite le sue parole.

Claudio racconta la storia di un giro intorno al mondo fatto in 1000 giorni senza prendere aerei. Racconta di quarantaquattro paesi attraversati e delle altrettante frontiere varcate. Alcuni tragitti sono stati semplici, in altri non sono mancate le difficoltà e i momenti di forte malinconia. Vi farà riflettere sull’enorme differenza che c’è tra un turista e un viaggiatore, a partire dallo spirito. Lungo il suo peregrinare vi porterà a contatto con tante diverse culture di cui vi sembrerà di percepire odori e colori: dall’India, al Nepal, all’Australia poi l’America del Nord e l’America Latina. In ogni luogo ci sono storie e incontri voluti dal destino, con un unico grande filo conduttore che è Madre Natura, Pachamama, sempre manifesta in tutta la sua grandezza.

Questo libro mi ha emozionata grandemente. Non perché sia scritto particolarmente bene, la scrittura è semplice, quasi un parlato; le riflessioni sono un flusso di coscienza nel quale abbandonarsi. Dicevo, l’emozione è venuta dalle sensazioni che è stato capace di trasmettermi: la libertà, così agognata e raggiunta, è quasi palpabile tra le pagine. Credo che il libro possa scuotere chi sta vivendo un momento di incertezza. Questo non vuole necessariamente dire mollare tutto, imbracciare lo zaino e partire, ma cambiare, fare un passo in una direzione nuova, intentata, affinché un giorno, un passo dopo l’altro potremo dirci sulla strada giusta.

Se volete seguire l’autore, vi rimando al suo blog sul quale trovate anche tutti viaggi di gruppo in programma.

Dunque in questo ultimo giorno del 2017, con la conclusione e il consiglio di lettura di questo libro e il classico bisogno di fare un bilancio su quanto stiamo per lasciarci alle spalle, io desidero lasciarvi il mio augurio per il 2018: quello di cominciare un cammino nuovo, sulla strada giusta…

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno
gli stessi percorsi,
chi non rischia ,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi evita una passione,

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli
sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Anna

Scandal

Scandal

Torniamo a Shondaland e parliamo di una delle più potenti donne tratteggiate dalla famosa penna di Shonda Rhimes: Oliva Pope interpretata da Kerry Washington. Più che un nome, un manifesto. L’eco risuona per tutta Washington.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando Oliva Pope è la più nota fixer degli Stati Uniti: si occupa, in soldoni, di risolvere i casini dei potenti, di pulire le loro malefatte e di dissimulare le loro traccie.
Sono arrivata fino alla conclusione della sesta stagione prima di darvi il mio parere complessivo e, in effetti, questo è parecchio mutato nel corso del tempo. Si può dire che io abbia passato tutte le fasi dell’innamoramento nei confronti di Olivia Pope e adesso che ci siamo lasciate resta un profondo affetto ma nessun rammarico. 😉

Le prime tre serie sono fichissime, con una Olivia donna di potere, maestosa e brillante, che risolve scandali, cercando di tenere nell’ombra quello più grande che la vede protagonista.
Andando avanti però, quando i giochi di potere e i meccanismi della Casa Bianca si fanno sempre più inverosimili, quando Olivia continua un balletto infinito tra due uomini (mentre tu che guardi da fuori sei li che ti chiedi come possa avere il dubbio tra quei due, quando uno è bello, giovane, potente e innamorato….e l’altro è sempre quel vecchio e stantio Presidente) ecco che la serie comincia a perdere un po’ di quella fulgidezza che fino a quel momento l’aveva caratterizzata.

E’ indubbio però che Olivia, al pari di tutte le altre donne di Shonda, sia una donna forte e intraprendente, che sa il fatto suo, che si pone sempre obiettivi alti e che fa di tutto per perseguirli.
Qual è la vostra donna di Shonda preferita? Meredith Gray, Alice Vaughan, Annalise Keating o Olivia Pope? Sarebbe carino fare un test alla “Cioè” scopri quale Shonda girl sei.
Io ci vedo comunque uno schema ripetuto, un funzionante e ben collaudato schema ripetuto.

Tornando a Scandal, vale senz’altro la pena vederlo. Ci saranno alcuni dei personaggi più brutti che vi sia mai capitato di vedere e anche questo, a suo modo, è un primato. La settima stagione in italiano ancora non è uscita quindi stay tuned.
Fatemi sapere cosa ne pensate. Intanto se vi dovessi lasciare una frase per descrivere Scandal sarebbe: Il fine giustifica i mezzi….

Anna

Ovidio. Questo libro è un mattone

download

di Andrea Garreffa, 2017.

“Forse – capii più avanti – la laicità, figlia dei valori dell’Europa moderna, ci ha abituati a vestire panni caldi e a dimenticare come ci si possa sentire nudi e privi di appigli di fronte alla disperazione. La fede, invece, nei luoghi del mondo dove regna la paura, risponde ancora al bisogno di speranza che tutti scopriamo di avere quando ogni altra cosa sembra perduta”

Andrea Garreffa, ligure di nascita e bolognese di adozione, è un ragazzo che ama viaggiare al punto da farlo anche per lavoro.
Nel marzo 2015, mentre attraversava in bicicletta il Guatemala insieme ad un amico, è stato protagonista di una vicenda di cui ha voluto lasciare testimonianza in questo piccolo libro autopubblicato e disponibile on-line.
Il titolo enigmatico si spiega già alle prime righe: Ovidio è un giovane uomo guatemalteco che ha salvato la vita ad Andrea e al suo amico; i mattoni sono quelli della casa per Ovidio e la sua famiglia, che in tanti hanno contribuito a posare su iniziativa di Andrea, il quale ha voluto così esprimere a Ovidio la propria riconoscenza per l’aiuto incondizionato ricevuto.
In questo breve libro, che si legge d’un fiato, c’è tanto: la vicenda personale vissuta; i sentimenti della gratitudine, della solidarietà e dell’amicizia; l’eco della repressione – condotta con l’appoggio degli Stati Uniti – delle popolazioni indigene del centroamerica; e, non ultima, la fede in Dio, quella che ti sostiene nei momenti di disperazione. La laicità occidentale, ci dice Garreffa, ci ha fatto dimenticare la fede. Io credo il contrario: il benessere della nostra civiltà è l’origine, non la conseguenza, della laicità. La fede è più forte dove massimo è il bisogno. Noi europei non abbiamo più bisogno di Dio, abbiamo altro al suo posto. Salvo poi riscoprirlo quando sentiamo la morte vicina.
Ben scritto, con una prosa a tratti forse un po’ scolastica, ma sempre molto accurata, può rappresentare un omaggio natalizio (o anche post-natalizio) interessante e non scontato.

Mariarita