Il silenzio dei miei passi

Di Claudio Pelizzeni, Sperling & Kupfer, 2019.

Non vorrei essere ripetitiva nel raccontarvi chi è Claudio Pelizzeni e quello che fa, vi lascio il link all’articolo che ho scritto sul suo precedente libro “L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là” così potrete meglio capire da dove nasce questo nuovo capitolo della sua storia.

Quella di Claudio è un racconto di atti di coraggio: quello di mollare un lavoro a tempo pieno per affrontare la sfida di un viaggio attorno al mondo. Ora, invece, quello di affrontare il Cammino di Santiago, rivisitandolo in una veste tutta sua: parlo del numero dei chilometri, che si moltiplicano se partiamo da Bobbio, piuttosto che da una delle partenze classiche del Camino, ma parlo soprattutto dell’urgenza di intraprendere questo viaggio facendo voto di silenzio, per rimettersi all’ascolto delle persone, della natura e di se stessi.

Bobbio – Santiago

Da questa immagine potete rendervi conto di come siano dislocati sulla cartina i punti di partenza e arrivo di questo pellegrinaggio: i km realmente compiuti da Claudio sono stati 2189 in 72 giorni di cammino. Nelle tappe brevi percorreva circa una ventina di chilometri al giorno, quelle lunghe ne hanno contati anche più di 40: molte decisioni sulle soste intermedie sono dipese dalle condizioni meteorologiche non sempre favorevoli nella stagione autunnale, da quelle fisiche perché certe mattine piedi e ginocchia non ne volevano proprio sapere di collaborare o ancora dall’approvvigionamento di acqua e viveri o dall’apertura degli albergues, ormai chiusi in gran parte visto l’arrivo dell’inverno.

Passo dopo passo Claudio ci racconta di quello che vede, esplorando cattedrali gotiche in caratteristici paesini, perdendosi tra i boschi degli appennini o precorrendo la pianura delle Meseta, ma soprattutto ci racconta delle persone che incontra e di come queste, forse proprio per il fatto di essere sul Cammino, siano aperte al suo silenzio, incuriosite e affascinate. Aver intrapreso questo viaggio con il desiderio di ascoltare ha fatto sì che le persone trovassero la voglia di raccontarsi e così, km dopo km, il pellegrino solitario che era partito dalla Val Trebbia si ritrova circondato da un gruppo di persone con le quali deciderà poi di continuare a camminare e condividere dunque una delle esperienze più plasmanti della vita. “Che lo si chieda o no, quando si è sul Cammino si è in qualche modo protetti.”

Personalmente adoro la letteratura di viaggio: trovo che sia come scoprire davvero certi luoghi. Da queste pagine mi è parso di poter scorgere gli alberi che si tingevano di arancio e giallo man mano che i giorni passavano, si sentiva l’umidità dei giorni di pioggia incessante. I viaggi parlano, i viaggiatori parlano. Questo è molto più del racconto di un viaggio: è ispirazione affinché ognuno possa pensare al proprio personale cammino. Che sia verso Santiago non importa, l’importante è che sia verso se stessi.

Vi raccomando di seguire Claudio nelle sue esperienze attraverso il suo blog ( Trip Therapy ) e anche su tutti i canali social. Da poco insieme ad un gruppetto di altri travel blogger ha lanciato il tour operator Si Vola con tantissime destinazioni fichissime, consiglio vivamente un giro sul sito per farvi un’idea.

Se volete invece acquistare il libro, il link è qui.

Anna

Il ladro gentiluomo

Il ladro Gentiluomo

Di Alessia Gazzola, Longanesi, 2018.

Vincitrice del Premio Bancarella 2019, Alessia Gazzola si conferma una delle scrittrici più apprezzate del panorama italiano.

Il ladro gentiluomo è solo l’ultimo della serie di fortunati romanzi che raccontano le vicissitudini di Alice Allevi, interpretata da Alessandra Mastronardi nella serie tv “L’Allieva“. Alice, primo personaggio uscito dalla penna di Alessia Gazzola, resta il mio preferito: fresca e divertente, un giusto mix di goffaggine, sfiga, tenacia, umiltà e forza. A volte diventa un pochino caricaturale, ma tendenzialmente è una figura femminile divertente e intraprendente.

Il giallo ruota intorno alla misteriosa sparizione di un famoso diamante che viene ritrovato nello stomaco di un cadavere diversi anni dopo. Non vorrei risultare impopolare, ma non è mai la vicenda criminosa quella che mi spinge alla lettura di questi romanzi: Alice Allevi è un personaggio che ho seguito fin dalla sua nascita, è un po’ come se le fossi affezionata. Voglio sapere se alla fine riuscirà a trovare o meno la sua stabilità finanziaria, ma soprattutto emotiva. 

Sono tanti altri i personaggi femminili che Alessia Gazzola sta pian piano portando nelle nostre case: qualche anno fa ci aveva raccontato la storia di Emma, stagista in una casa di produzione cinematografica, in cui tutte noi, con un lavoro precario, ci eravamo un po’ immedesimate (vi lascio il link del mio articolo ). In tempi più recenti c’è stata Lena (Lena e la tempesta) ed ora Costanza (Questione di Costanza): ancora non conosco queste donne. Se qualcuno di voi sa darmi qualche feedback, è senz’altro ben accetto.

Tornando ad Alice…adesso uscirà dai nostri radar per un po’ quindi chi non avesse mai letto nulla di questa fortunata serie avrà tutto il tempo per rimettersi in pari.

Vi lascio il link per l’acquisto diretto qui: spolliciate! Anna

Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Di Stuart Turton, Neri Pozza, 2019.

Il romanzo d’esordio di Stuart Turton è stato accolto con furore dalla critica. A me il libro è stato prestato da un’amica, ma ne avevo sentito molto parlare in diverse reviews di bookbloggers che seguo e stimo. Il motivetto ricorrente delle varie recensioni è legato all’originalità del testo, una lettura scoppiettante.

Siamo immersi in un giallo alquanto singolare che tenderà a farvi smarrire la bussola. La costruzione del racconto è quanto mai insolita: l’idea c’è. La tenuta degli Hardcastle, Blackheath, si trasforma in un moderno tabellone di una partita a Cluedo.

Blackheath è una maestosa residenza di campagna, cinta da acri sconfinati di foresta, che è pronta a riaprire le sue porte per ospitare il ballo in maschera organizzato dai padroni di casa. Le macabre circostanze che la festa vuole ricordare, unite agli accadimenti quanto mai singolari della giornata, porteranno ad un tragico epilogo. Come annunciato nel titolo, la giovane Evelyn Hardcastle troverà la morte. Chi è l’assassino? Il protagonista Aiden Bishop vede la sua libertà strettamente collegata alla risoluzione dell’enigma. Per liberarsi dalla maledizione di Blackheath deve infatti consegnare il colpevole, trovando la risposta in ventiquattro ore, affidandosi alle proprie percezioni e soprattutto tenendo alta la guardia nei confronti delle altre maschere si muovono per la tenuta: nessuno è ciò che sembra. L’unica certezza è che qualcuno lo tradirà.

Devo dire che l’idea è davvero singolare e intrigante. Una partita con in ballo la vita, giocata in maniera sincopata e scorretta, in modo da tenere il lettore incollato. Il ritmo è incalzante e lo sviluppo del giallo può ricordare “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Tutte note positive. Ma, perché c’è un ma, ad un certo punto l’intricarsi della storia e il rimescolarsi dei personaggi rischiano di far perdere il filo del racconto. Ci si trova ad un certo punto in cui si leggono i nomi e ci si chiede: “Chi è già lui? Cos’ha fatto?”. Questo in un giallo mi infastidisce un po’: vorrei poter correre fino all’ultimo rigo in un climax ascendente, non dovendomi rallentare per tornare indietro a leggere qualche passaggio. Ora voi mi direte che potrebbe essere un mio problema, mia scarsa attenzione e sicuramente in parte lo è. Ma ragazzi, devo anche leggere serena sotto l’ombrellone: se volevo impegnarmi portavo “La scuola cattolica” insomma.

Il finale è particolare. L’amica che vi dicevo mi ha prestato il libro lo ha trovato debole: una soluzione veloce per uscire da un intrico ormai andato troppo oltre. Io devo ammettere che non ho avuto la stessa impressione: per me è stato un finale originale, alla Matrix. Valida conclusione di un libro sopra le righe.

Sicuramente va dato all’autore il merito dell’originalità: un archetipo davvero notevole. Complesso e affascinante, il romanzo rimescolerà le carte più e più volte, stravolgendo quello che pensavate di avere capito.

Ve lo consiglio. Se vi va di acquistarlo e lo fate da questo link date anche una mano al blog. E’ pure in sconto adesso.

Anna

Boy erased – Vite cancellate

Due parole su Boy erased – Vite cancellate. Il film é del 2018 scritto e diretto da Joel Edgerton, che ne é anche uno degli interpreti principali.

Il film si ispira alla vera storia di Garrard Conley, raccontata direttamente dal suo protagonista in boy Erased: A Memoir, libro autobiografico.

Jared é un ragazzo di diciannove anni che, proprio in concomitanza con l’inizio del college, si trova ad affrontare la presa di conscienza circa la sua omosessualità. Vive in una piccola comunità in Arkansas e suo padre é un pastore battista. Nel momento del coming out, la famiglia reagirà costringendo il figlio a partecipare ad un programma di terapia di conversione dall’omosessualità. Nascosto dietro principi di fede e purificazione, si cela un trattamento comportamentale disumano volto al cosiddetto “riorientamento sessuale”. “Love in Action” é il nome del programma che ha l’obiettivo di colpire la parte più intima dell’individuo, disumanizzandolo e privandolo della propria peculiarità appunto.

Le figure genitoriali, interpretate da Russell Crowe e Nicole Kidmann, in una prima parte di film sono completamente succubi della “comunità” chiusa e retrograda nella quale non c’é spazio per il figlio omosessuale di un pastore. Fortunatamente sul finale si prospetta un’apertura con l’accettazione della vera essenza di Jarred.

Il film é solo una reale testimonianza di quello che ancora accade in 36 stati americani che di come abbia toccato almeno 700.000 persone.

Drammatico e di difficile digestione, non c’é che dire. Certo é che é giusto conoscere queste realtà, é giusto sapere che certe cose sono accadute e accadano.

Vi lascio qui il link per l’acquisto del memoir: mi aspetterei una lettura drammatica, ma necessaria.

Anna

Becoming – La mia storia

Becoming

« Da quando, con riluttanza, mi sono affacciata alla vita pubblica, mi hanno esaltata come la donna più potente del mondo e demolita dandomi della donna nera arrabbiata. Ho chiesto ai miei detrattori a quale parte della definizione tenessero di più: nera, arrabbiata o donna?»

La biografia della ex first lady degli Stati Uniti, Michelle Obama, è stato uno dei libri rivelazione dello scorso autunno. Le biografie sono un genere di lettura che apprezzo moltissimo se il personaggio in questione è qualcuno di interessante. Questo è decisamente il caso.

Faccio un piccolo preambolo doveroso: sono una fan sfegatata di Michelle e Obama fin dai tempi della prima elezione alla Casa Bianca, mi è piaciuta la loro gentilezza e la grande umiltà che mi è sempre sembrato li contraddistinguesse. Forse sarò imparziale, ma mi perdonerete.

Il racconto inizia nel South Side di Chicago, dove Michelle è nata e cresciuta, quel South Side che sua madre non volle mai abbandonare nemmeno quando si cominciò a respirare l’aria di un fallimento imminente e chiunque tra i vicini ne ebbe la possibilità, vendette la casa per trasferirsi in quartieri residenziali più abbienti. Poi verrano le aule di Princeton e il decollo della carriera legale nello studio Sidley & Austin. Proprio qui conosce un giovane originario delle Hawaii che le viene affidato come stagista: ecco l’entrata in scena di Barack.
Da quel momento il cammino dei due proseguirà sempre fianco a fianco. Michelle racconta di come trova la forza e il coraggio per intraprendere una carriera lavorativa diversa nel momento in cui realizza che le battaglie legali dei colletti bianchi non sono per lei una vocazione: i diritti civili, l’inclusione e il sostegno ai più deboli e meno fortunati diventano per lei la mission. E’ una donna che non ha paura del cambiamento, che non si fa immobilizzare: prima il Comune, poi Pubblic Allies, una start up che si occupa di scovare ragazzi di talento nelle fasce meno abbienti della popolazione e di metterli in contatto con la vita che potrebbero avere, creando per loro opportunità di lavoro, di studio. Per finire il lavoro come dirigente all’ospedale di Chicago.

Due figlie avute non senza difficoltà a pochi anni l’una dall’altra. Prima il racconto della scelta di affidarsi alla fecondazione assistita per coronare un sogno di coppia che non si stava avverando. Poi, una volta nate le bambine, tutte le problematiche relative alla gestione del tempo quando sei una donna in carriera con due figlie a casa che non vuole perdersi niente. Una donna che cerca di far tutto con il continuo dubbio di star facendo tutto male.

Giungiamo al cambio d’indirizzo nel 2008 e il trasloco alla Casa Bianca. Michelle è già conscia che per sua natura non potrà occuparsi solo dei nuovi servizi di piatti. Messa in guardia da Hillary Clinton su come l’America non fosse ancora pronta per vedere una donna in politica, Michelle decide che il suo non può essere un ruolo puramente ornamentale. Di continuo sostegno a Barack durante i suoi due mandati, mentre il paese ha attraversato alcuni dei suoi momenti più bui e delicati, Michelle con fermezza ha sempre portato avanti il suo messaggio dando vita ad una delle “Case Bianche” più aperte e inclusive di tutti i tempi.
Le battaglie più importanti sono state Let’s Move, per abbassare i preoccupanti numeri dell’obesità infantile negli USA, e Joinin Forces, la campagna per il reinserimento lavorativo e sociale dei veterani e delle loro famiglie.

E’ inutile che io stia qui ad elencare ancora tutte le meravigliose battaglie che Michelle ha combattuto e portato avanti, perché in realtà la grandezza di questo libro per me è stata nei racconti delle sue arrabbiature nelle sere in cui Barack non rientrava in tempo per la cena mentre lei aveva preparato tutto.
Oppure quando il ragazzino di Malia la viene a prendere per portarla al ballo della scuola e Malia si raccomanda a mamma e papà di essere “normali”. Senza pressioni quando devi andare a prendere la tua ragazza per il ballo e la tua ragazza vive alla Casa Bianca. Le difficoltà di una madre, che sono le difficoltà di tante madri. I pensieri di una donna legati ad un mondo del lavoro difficile e spesso maschilista che sono quelli di tante donne.
Quello che ti aspetti leggendo la storia di una first lady è grande e maestoso, quello che invece la rende ancora più vicina è l’umanità e la quotidianità dei suoi racconti.
Questo amore poi, quello tra lei e Barack, che trasuda in ogni pagina, così solido da affrontare qualsiasi sfida, pubblica o privata, così ispirante da essere di incentivo per l’altro, sempre costantemente arricchito dalla coppia. Quello che mi è arrivato davvero di Michelle è la sua solidità e fermezza, donna di grande anima e grande sostanza, che ha saputo servire il suo paese al meglio delle sue possibilità, senza mai snaturare il suo essere.
Una certa nostalgia avvolge le ultime pagine.

Consiglio la lettura a chiunque. E’ un libro coraggioso, accorato, illuminante e senza dubbio ispirante.

«Sono stata spesso l’unica donna e l’unica afroamericana presente nella stanza, in molte stanze diverse.»

Vi lascio qui il link per l’acquisto, ne vale davvero la pena.

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Ted Bundy – Fascino Criminale

Ted Bundy – Fascino criminale

Di Joe Berlinger, 2019

La vicenda di Ted Bundy è quella di un uomo squilibrato e psicopatico che a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 torturò, violentò e uccise più di trenta donne in vari stati degli USA, anche se c’è ancora il dubbio che possano essere state molte più. Ted Bundy, personaggio oscuro e controverso, si è sempre guardato dal passare inosservato. Organizzò due evasioni, si difese da solo durante il suo processo, non mancò mai di schernire il procuratore, piuttosto che puntare il dito contro i giudici.
Era belloccio e aveva un’aura oscura che attirava a se le donne che, sconosciute, si affannavano per prendere parte al suo processo per la sola voglia di esserci. Attirava le sue vittime nei pressi delle residenze universitarie, servendosi di un finto braccio ingessato: si mostrava bisognoso di aiuto per attrarre le ragazze nella sua auto e quando le malcapitate si accorgevano della pericolosità della situazione, era ormai troppo tardi.

Non mi dilungo più di tanto sui dettagli delle macabre gesta di quest’uomo, avete L’Internet che può aiutarvi in questo e non mi va di alimentare un’insana passione per la cronaca nera, vi basti sapere che Ted Bundy venne alla fine condannato a morte e morì sulla sedia elettrica il 24 gennaio nello Stato della Florida.

Nel film il ruolo di Ted Bundy è ricoperto da Zack Efron. Secondo me, benché io abbia letto anche svariate critiche, Efron se l’è cavata egregiamente. Per scrollarsi di dosso l’immagine del Disney Channel o quella di bellone solo muscoli, Efron questa volta si misura con una parte drammatica nella quale riesce a mettere la sua naturale bellezza a servizio del personaggio. Nella parte finale del film vedrete una serie di immagini tratte dal processo di Bundy e noterete quanto Efron abbia reso bene i suoi gesti, le sue movenze. Carisma e magnetismo le caratteristiche principali del personaggio. “Fascino criminale” è un sottotitolo quanto mai azzeccato. Nella pellicola Lily Collins interpreta la fidanzata storica di Ted,
Elizabeth Kloepfer, che non riesce a convincersi che l’uomo che le ha dormito accanto per tanti anni possa essere un tale mostro. Che sensazione deve essere pensare che l’uomo che fino al giorno prima ha preso in braccio tua figlia è in carcere con l’accusa di omicidio? Non riesco ad immaginarmi. Nel film Elizabeth è come stregata da Ted, succube delle sue parole e delle sue azioni. Vedere il film per capire, non voglio fare spoiler. Leggendo un po’ di articoli circa il reale svolgimento dei fatti, Elizabeth non è fu una spettatrice passiva degli avvenimenti, ma ebbe anzi un ruolo cruciale nella cattura di Bundy.

Credo che il film sia un buon prodotto. Se si va al cinema all’oscuro della storia per quasi tutto il film si è portati a simpatizzare con Bundy e a crederlo una vittima incolpevole di un qualche errore giudiziario, che probabilmente era la stessa emozione che lui voleva suscitare allora sulle folle. Se questo era l’intento, allora è perfettamente riuscito. Mi sono però dovuta porre un quesito etico una volta uscita dalla sala: con il senno di poi, a verità accertata, è giusto trasmettere una tale immagine di un uomo del genere? Anche se poi il finale aggiusta e ribalta le considerazioni, tu hai passato una buona oretta a pensare al “Povero Ted” se non conosci la verità. Mi sembra tempo sprecato nel quale poteva essere ricordato il MOSTRO e le meravigliose donne che ha strappato alla vita.

Anna

Tutti i camei di Stan Lee

Stan Lee, all’anagrafe Stanley Martin Lieber è stato il fumettista che ha dato vita allo sconfinato mondo Marvel: è l’uomo dietro la leggenda. Soprannominato “The Man“, Stan Lee non ha mai rinunciato alla possibilità di apparire in piccoli spezzoni all’interno dei film tratti dai suoi fumetti. Vediamo qui di seguito quali sono state le sue performance in tanti anni sul grande schermo.

La saga degli X-Men:

1 – X-Men (2000) Stan Lee è un venditore di hot dog sulla spiaggia nella quale il senatore Kally si palesa per la prima volta, dopo esser stato trasformato in un mutante.

2 – X Men: Conflitto finale (2006) qui è un simpatico vecchietto che innaffia il suo cortile. Abitando vicino alla dolce Jean Gray risente dei poteri telecinetici di quest’ultima.

3 – X-Men: Apocalypse (2016) in questo cameo Stan e la moglie Jonie si stringono forte, assistendo insieme alla dichiarazione della supremazia della razza mutante da parte di Apocalisse, che aveva appena distrutto tutte le armi nucleari del pianeta.

La saga di Spider-Man:

1 – Spider-Man (2002) In questo film mette in salvo una bimba durante lo scontro tra Spider-man e il Goblin.

2 – Spider-Man 2 (2004) Anche in questo cameo Stan compare per mettere in salvo una passante dalla caduta di macerie di un palazzo teatro di combattimento.

3 – Spider-Man 3 (2007) Qui la scena è famosa: faccia a faccia con Tobey Maguire gli dice la famosa frase “Io credo che un uomo possa fare la differenza“.

4 – The Amazing Spider-Man (2012) Anche questa è una tra le mie scene preferite: Stan interpreta un bibliotecario, ha la musica sparata in cuffia e non si accorge che alle sue spalle Spider-Man e Lizard stanno combattendo.

5 – Spider-Man Homecoming (2016) In questo film Stan interpreta un vecchietto alla finestra che inveisce contro SpiderMan, associandosi al coro di tutto il vicinato, perché il supereroe sta facendo del trambusto nel quartiere.

Daredevil (2003) Qui Stan è un passante distratto che cammina leggendo il giornale, rischiando di farsi investire. Viene salvato da Matt Murdock, ancora bambino, che aveva avvertito l’arrivo di un’auto.

La saga di Hulk:

1 Hulk (2003) Stan interpreta un poliziotto che conversa con un collega: incroceranno Banner e Stan lo saluterà, interagendo direttamente per la prima volta con un protagonista.

2 –L’incredibile Hulk (2008) Una bottiglietta di cedrata (?) contenente il sangue contaminato di Bruce Banner finisce nel frigorifero che nostro beniamino che, stappandola, farà saltare la copertura di Bruce e lo costringerà a ricominciare la sua fuga.

La saga dei Fantastici Quattro:

1 – I Fantastici Quattro (2005) “The Man” qui interpreta un sorridente fattorino alle dipendenze di Reed Richards.

2 – I Fantastici Quattro e Silver Surfer (2007) Qui Stan, che interpreta se stesso, viene rimbalzato alle nozze di Reed Richards e Susan Storm.

La saga di Iron Man:

1 – Iron Man (2008) Nel primo Iron Man Tony scambia Stan Lee per Hugh Hefner, celebre fondatore della rivista Playboy. Come biasimarlo? E’ effettivamente attorniato da uno stuolo di conigliette.

2 – Iron Man 2 (2010) Questa volta viene scambiato per il conduttore televisivo Larry King.

3 – Iron Man 3 (2013) Stan è qui chiamato a vestire i panni di un onorevole giudice ad un concorso di bellezza.

La saga di Thor:

1 – Thor (2011) Qui Stan tenta di smuovere il Mjolnir dal terreno, agganciandolo ad un camion.

2 – Thor: The dark world (2013) Questo cameo è piuttosto divertente: il professor Erik Selvig sta tendendo un’interessantissima lezione sulla conformazione dell’universo, quando viene interrotto da un poco attento Stan Lee che gli richiede la sua scarpa. La cosa buffa è che siamo in un manicomio e nessuno presta attenzione al povero Selvig.

3 – Thor Ragnarok (2016) Nonostante Stan debba “solo” tagliare i capelli al Dio, la scena ricorda più una forma di tortura: Thor è legato e implorante. “Non tagliarmi i capelli” chiede a gran voce. “Non muoverti, che non ho più la mano ferma come un tempo!” gli viene risposto.


La saga di Captain America:

1 – Captain America: Il primo Vendicatore (2011) Il nostro beniamino interpreta un generale americano con la vista leggermente fuori fuoco: “Me lo ricordavo più alto” dice indicando non si sa bene chi, ma scambiandolo per Steve Rogers.

2 – Captain America: The Winter Soldier (2014) In questo film Stan impersona il custode notturno del museo Smithsonian dal quale Cap ruba il proprio costume da combattimento.

3 – Captain America: Civil War (2016) Stan nell’ultimo film su Cap è un fattorino della FedEx che appella Tony Stark chiamandolo “Stank”. Il gioco di parole in lingua originale è simpatico dal momento che stank è traducibile con “puzzare”.

La saga dei Guardiani della Galassia:

1 – Guardiani della Galassia (2014) Siccome il lupo perde il pelo, ma non il vizio, anche sul pianeta Xandar Stan impersona un rinomato donnaiolo, ricercato dalle autorità.

2 – Guardiani della Galassia Vol 2 (2017) Stan è un astronauta e in questo momento si trova insieme agli “Osservatori”. Il gruppo viene avvistato da Rocket durante il suo salto galattico. Attenzione che qui è presente anche in una scena post-credit!

La saga di Ant-Man:

1 – Ant-Man (2015) Stan veste i panni di un barista durante un flashback che allo spettatore viene narrato da Luis.

2 – Ant-Man and The Wasp (2018) In questo stralcio di film Stan è il proprietario di una macchina che viene rimpicciolita durante un combattimento.

Doctor Strange (2016) Questa volta se ne stava tranquillamente seduto su un autobus, leggendo “Le porte della percezione”, quando si ritrova nuovamente in mezzo al fuoco tra Strange e Kaecilius.

Black Panther (2017) Qui “The Man” si concede una puntatina al casinò in compagnia di Martin Freeman.

Venom (2018) Mentre porta a spasso il cane, Stan incrocia Brock e lo incoraggia a tornare della sua ex. Dispensatore di consigli di cuore.

Captain Marvel (2019) Carol sta inseguendo uno Skrull in metropolitana e scosterà il libro che Stan sta leggendo per accertarsi che dietro non si nasconda il nemico. Ancora L’Internet non ci fornisce un’immagine valida, mi spiace.

La saga degli Avengers:

Cronologicamente non è la posizione giusta della saga, ma mi pareva sensato terminare con questi film.

1 – The Avengers (2012) Stan viene intervistato in un notiziario per essere un sopravvissuto alla battaglia di Manhattan. “Supereroi a New York? Ma fatemi il piacere!

2 – Avengers: Age of Ultron (2015) Durante una festa organizzata da Stark, alcuni veterani di guerra decidono di farsi una sbronza a base di alcol asgardiano: gli effetti su Stan sono tanto pesanti che deve essere accompagnato a casa a braccio.

3 – Avengers: Infinity War (2018) In questo film Stan guida l’autobus che porta Peter Parker e i suoi compagni al MoMa.

4 – Avengers: Endgame (2019) L’immagine è ancora irrintracciabile su Internet, ma in questo film uno Stan ringiovanito grazie a trucco e computer grafica interpreta un automobilista che sfreccia davanti alla base Shield degli anni ’70 sotto gli occhi di Cap e Tony Stark, inneggiando alla pace.

L’ultimo cameo che ha registrato prima di morire è stato proprio quello per Avengers Endgame e io ci vedo un qualcosa di molto poetico. Mi pare un’eredità che ha voluto non lasciare incompiuta.

Anna

Gli Avengers celebrano se stessi: i riferimenti del film Endgame

Attenzione: SPOILER.

In quest’articolo analizzeremo le curiosità e i riferimenti ai film MCU precedenti presenti dentro ad Endgame.
La Marvel celebra se stessa, celebra i suoi personaggi e imbocca il già nostalgico spettatore con bricioline di ricordi di questi incredibili undici anni di film.
Devo ammettere che, se questo era l’intento, lo scopo è pienamente riuscito.

  1. Avresti dovuto mirare alla testa – durante Infinity War, Thanos apostrofa Thor dicendogli queste esatte parole a seguito dell’ascia che il Dio del tuono gli ha lanciato nel petto. Il Titano non muore sul colpo, riesce a schioccare le dita e il resto è storia. Bene, Thor è uno che non dimentica gli insegnamenti appresi e, quando all’inizio del film i due si incontrano nuovamente, lo decapita senza colpo ferire. «Ho mirato alla testa» si giustifica con i suoi compagni leggermente interdetti.

  2. Ho tutto il giorno libero – è la frase preferita da Steve Rogers che ripete fin dai tempi di Captain America – Il primo vendicatore. Sono anche le parole che pronuncia il Cap del passato a quello del futuro durante il loro scontro. Il significato è che non c’è una battaglia dalla quale il personaggio si tiri indietro, forte di una resistenza fisica e psicologica incredibile. In originale è «I can do this all day».

  3. Budapest – la parola in codice tra Occhio di Falco e Vedova Nera che lascia intendere che, prima di diventare Vendicatori, durante il loro lavoro come spie abbiano avuto una missione particolarmente degna di nota proprio a Budapest, diventata ormai metro di paragone di ogni loro nuovo incarico (la frase viene pronunciata anche nel film The Avengers. Arrivando su Vormir alla ricerca della gemma dell’anima Barton dirà che – «non assomiglia per niente a Budapest».

  4. Jarvis – vi sarete tutti accorti che l’intelligenza artificiale che faceva da maggiordomo a Tony Stark, prima di confluire dentro Visione, fosse in realtà il maggiordomo in carne e ossa del padre di Tony, Howard. Vediamo l’attore James D’Arcy comparire per un breve cameo durante la visita di Cap e Tony alla base dello Shield negli anni ’70. Questa cosa era già nota a quelli di voi che hanno seguito la serie tv Agent Carter, per gli altri una sorpresa.

  5. Captain America brandisce il Mjolnir – la leggenda vuole che solo chi è degno possa impugnare il martello del Dio del tuono. Odino, nel primo film su Thor, aveva bandito il figlio da Asgard a causa della sua arroganza e lo aveva anche spogliato dei suoi poteri, rendendo il martello impugnabile solo da chi ne fosse veramente degno. Durante Avengers: Age of Ultron, mentre i Vendicatori sono riuniti per un momento gioviale, Thor li sfida a provare a sollevare il Mjolnir, promettendogli che chiunque ci sarebbe riuscito sarebbe diventato il legittimo re di Asgard. La scena ricorda l’estrazione di Excalibur. Nessuno riesce ovviamente a sollevarlo, ma Steve Rogers riesce a spostarlo di qualche millimetro. Impercettibile forse, ma Thor lo nota eccome.

  6. «Avengers, uniti!» – la frase d’incitazione pronunciata da Cap mentre, dai portali che si aprono dietro di lui, escono fuori tutti gli alleati dei Vendicatori, è un grande classico dei fumetti. Nella versione originale è «Avengers, assemble!» ed è anche il nome di una delle serie a cartoni uscita nel 2013. La frase è un riferimento al film Avengers – Age of Ultron dove, alla fine di questo, Captain America va per pronunciarla davanti a quello che sarà il nuovo gruppo di Vendicatori (Visione, Scarlet Witch, War Machine, Falcon e Vedova Nera), venendo però interrotto mentre sta per pronunciare la “A” di Assemble dai titoli di coda.

  7. «Sono andato avanti nel tempo per vedere futuri alternativi e tutti i possibili risultati del prossimo conflitto.» «Quanti ne hai visti?» «14.605.000.» «Quanti ne abbiamo vinti?» «UNO» – indimenticabile dialogo tra Dr. Strange e Iron Man durante Infinity War. Bene, quanto Strange verso la fine di Endgame solleva l’indice davanti alle labbra per ricordare a Tony quante sono le loro possibilità di riuscita un brividino lungo la schiena lo avrete sentito, o no?

  8. «Io sono Iron Man» – alla fine del primo film nel lontano 2008 Tony Stark tiene una conferenza stampa per rilasciare una dichiarazione sui fatti che hanno acceso il cielo e le strade durante la notte. Lo Shield gli ha preparato un discorsino patinato che Tony non deve far altro che leggere, ma Stark non ci sta e dietro al microfono si autodenuncia come Iron Man. Sul finale di Endgame, dopo che Thanos gli ha appena detto che lui è ineluttabile, Tony gli risponde (e sti gran ca**i) «Io sono Iron Man». Bella ripresa questa, un circolo perfetto di inizio e fine.

  9. Proof that Tony Stark has a heart – il primo reattore Arc che salva la vita a Stark nel suo film di esordio, quello che Pepper gli aveva incorniciato di modo che potesse essere conservato a futura memoria, viene adagiato sulla sua bara in un nostalgico e commuovente addio al grande eroe.

  10. Il ragazzino inquadrato al funerale di Tony – non sarete in tanti ad averlo riconosciuto. E’ il bimbo con cui Iron Man fa amicizia durante Iron Man 3 e al quale costruisce la Sparapatate Mark 2 per ringraziarlo del suo aiuto.

  11. Cheeseburgers – alla fine del film Happy chiede alla bimba di Tony che cosa volesse da mangiare e lei, senza esitazione, chiede un Cheesburger… che è la stessa cosa che chiese il suo papà nel primo film dopo essere fuggito da tre mesi di prigionia.

  12. Il ballo di Steve Rogers e Peggy Carter – l’agente Carter si classifica di buon grado tra le donne più pazienti della storia. C’è un ballo in sospeso tra i due da Captain America – Il primo Vendicatore, ma pare che nessuno dei due abbia dimenticato la promessa perché in una delle scene finali del film finalmente la coppia può godersi una rilassata e meritata, normalissima felicità.

Ecco tutto quello che sono (siamo, perché sono stata aiutata parecchio) riuscita a tirar fuori dalla visione del film. Sul web ho letto tante forzature: non tutto è un rimando, non c’è sempre una doppia lettura. Queste scene però sono state sicuramente realizzate con l’intento di ricordare e commuovere, come anche il tintinnio che si sente a fine film. E’ Iron Man che sta costruendo l’armatura nella caverna… e siamo pronti per la prossima fase.

Anna

La scomparsa di Stephanie Mailer

Di Joel Dicker, La nave di Teseo 2018

Il capitano Jesse Rosenberg è alle porte della pensione, un’illustre carriera sta per concludersi nel pieno plauso dei colleghi quando la giovane giornalista Stephanie Mailer lo contatta per metterlo di fronte ad un errore compiuto nel 1994. All’epoca Rosenberg e il suo partner Derek Scott risolserso il quadruplice omicidio che sconvolse la tranquilla cittadina di Orphea, stato di New York. La persona che venne incriminata secondo la Mailer era in realtà innocente. Peccato che la giovane donna non abbia il tempo di fornire le prove della veridicità della sua tesi perché scompare misteriosamente pochi giorni dopo.

Cos’è successo a Stephanie Mailer? Davvero lui e il suo collega tanti anni prima avevano preso un abbaglio così grosso proprio sul caso sul quale è stata poi costruita tutta la loro carriera? Nonostante più voci incoraggino Jesse a lasciar perdere, a godersi con serenità l’agognato riposo, la sua coscienza non gli consente di ignorare quanto appreso. Tornerà ad Orphea con il suo vecchio compagno e, con l’aiuto di Anna Kanner, verrà riaperta l’indagine tirando fuori un po’ di scheletri dagli armadi.

Un romanzo, questo di Dicker, che difficilmente può rientrare in uno schema predeterminato. Ha senza dubbio i tratti del noir, del thriller, ma la trama del giallo si incrocia, come poi succedeva anche nei suoi lavori precedenti, con quella dei personaggi che vengono indagati e raccontati in maniera profonda, non solo funzionale al racconto.

La narrazione è caratterizzata da continui flashback e salti temporali tra il presente, dove si muovono i nostri protagonisti, ed il 1994, anno del quadruplice omicidio che sostiene e legittima tutto il racconto. La scrittura si mantiene semplice e lineare; a movimentare la lettura ci pensano i salti temporali, il cambio continuo della voce narrante e la ricerca (esasperata?) del colpo di scena.
Che posso dire: è un tipico romanzo di Dicker. Lo si riconoscerebbe tranquillamente anche se ci si approcciasse alla lettura senza sapere che è lui l’autore. Ha trovato una “ricetta” che pare funzionare e, come è logico che sia, ce la ripropone. Lo trovo sempre debole sui finali: mi pare che voglia sempre mettere troppa carne al fuoco, senza poi saper gestire una chiusura degna delle aspettative create. Avevo provato questa sensazione un pochino anche leggendo Herry Quebert e la ritrovo anche oggi. E’ un po’ come la sesta stagione di Lost: non so più come uscirne allora dico che sono tutti morti. Tiepidino. Nel complesso il romanzo è gradevole, anche se non il mio preferito tra i suoi (che rimane senza dubbio il super inflazionato “La verità sul caso Harry Quebert“). Lo avete letto? Vi siete fatti contagiare dalla Dicker-mania dopo l’uscita della serie? Fatemi sapere.

Anna

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Avengers: Endgame

Un finale epico per una saga durata ben undici anni e 22 film. Adesso starete corrugando le sopracciglia pensando se davvero siano passati tutti questi anni. Ebbene si: undici anni sono trascorsi dal 2008, anno di uscita dal primo Iron Man. In un lasso di tempo così lungo noi siamo cresciuti e anche gli attori lo hanno fatto: abbiamo conosciuto i nostri eroi nei loro punti di forza e nelle loro debolezze e, come tutte le saghe di lunga durata e di ampio retaggio, siamo pronti a provare quel tipo di malinconia che la fine delle cose porta con sé. Non vi devo spiegare di che sentimento sto parlando, lo conoscete benissimo, sono sicura lo abbiate già provato parecchie volte nel corso degli anni. Chi per Harry Potter, chi si prepara a provarlo per il Trono di Spade. E’ la fine delle cose, ragazzi. Anzi, è la fine delle cose grandiose, perché solo quelle sono capaci di lasciare un tale senso di vuoto e di pienezza al tempo stesso.
Non si può fare una recensione di un film del genere: i giudizi cinematografici vanno sospesi davanti alla grandezza del progetto e di fronte a questo finale che rappresenta il giusto coronamento, la degna chiusura dei tanti cerchi aperti in questi anni.

Se proprio vogliamo dire qualcosa, possiamo dire che nel film non manca nulla: c’è l’epicità e la grandezza che ci si aspetta da un film del genere, ci sono i classici momenti di comicità Marvel, c’è la battaglia, direi quella più epica e meglio riuscita di tutti i film (e lo dico perché non sono una sfegatata fan delle battaglie, dopo un po’ tendo ad annoiarmi. Questa invece è grandiosa ed ha una durata giusta rispetto al film), c’è l’ultimo cameo girato da Stan Lee (non ha qualcosa di poetico il fatto che l’ultima scena registrata quando era ancora in vita sia stata proprio quella di Endgame?), ci sono i momenti nei quali faticherete a trattenere le lacrime dalla commozione, ci sono immancabili colpi di scena, c’è il women power. I personaggi nel film vengono degnamente celebrati nella loro grandezza, ci sono tantissimi rimandi ai tanti film precedenti (dovrete essere dei veri conoscitori per capirli tutti, fortunatamente ho un marito che non perde un colpo e nei prossimi giorni con il suo aiuto vi farò un post proprio con questi riferimenti).

L’eredità degli Avengers è pronta per essere portata avanti. Sicuramente il mondo Marvel non si fermerà, ci saranno ancora eroi e storie degne di essere raccontate, sicuramente tenendo ben saldo il retaggio che l’Infinity Saga ha lasciato. Si guarda al futuro dunque, tenendo ben presente quale strada è stata percorsa fino a qui.

Il film è già campione di incassi dopo un solo giorno di programmazione, ma c’era da aspettarselo.

Gli attori alla premier mondiale

Altra cosa importante: non ci sono scene scene post credit dopo i titoli di coda. La pellicola dei fratelli Russo è conclusa in se stessa, non ha bisogno di altro. Fidatevi, ve lo dico perché sarei stata felice di leggere il cartello attaccato all’entrata della sala cinematografica che avvisava della mancanza delle scene finali, ma non l’ho visto e quindi ho aspettato. La scena non c’è, ma non ne sentirete il bisogno perché, nonostante il finale catalizzi l’attenzione su alcuni personaggi, per tutti c’è una conclusione e si delineano già i nuovi gruppi che probabilmente daranno vita alla nuova fase del Marvel Cinematic Universe.

Non si possono fare spoiler di alcun genere perché il film deve solo essere visto, ma quello che penso è che non si sarebbe potuto dare alla saga una conclusione diversa. Qualsiasi altro finale non sarebbe stato altrettanto impattante. Nessuno dei quattordici milioni di futuri alternativi visti da Strange ci avrebbe regalato le stesse emozioni. Va bene così, è giusto così perché le cose grandi si devono chiudere in maniera spettacolare.

Anna