Il diario di Jane Somers Se gioventù sapesse

 

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di Doris Lessing, 1983-1984.

Jane Somers ha più di cinquant’anni, è dirigente di una affermata rivista femminile, è  bella ed elegante, benestante, perfezionista, votata alla carriera, vedova di un marito tiepidamente amato, ed estremamente sola. Non sembra quasi consapevole di esserlo, la sua vita funziona così punto, tempo per rimpianti non ce n’è, ancora meno per fermarsi a chiedersi se tutto ciò rappresenta quello che ha davvero voluto nella vita.
Ma la solitudine è un vuoto e i vuoti cercano da sé di colmarsi. Una anziana da accudire (“Il diario di Jane Somers”) o un amore sospeso (“Se gioventù sapesse”) sono quello che la vita le fa trovare lungo la strada per aiutarla a recuperare il senso degli affetti, la cura dell’altro e le emozioni che sono il sale della nostra vita.
Doris Lessing conseguì il Premio Nobel per la Letteratura nel 2007 quale “cantrice dell’esperienza femminile”. Qui, più che cantrice delle donne, lo è della loro solitudine e del sapore amaro che la solitudine porta con sé.
La vera protagonista dei romanzi non è però Jane Somers. È Londra, meravigliosamente descritta nel suo tempo atmosferico che cambia continuamente, nei suoi pub, nei personaggi che si incontrano in strada o nei sobborghi. Se ci siete stati almeno una volta, è impossibile che non la riconosciate, è proprio lei.
Il linguaggio è sempre frugale, estremamente semplice, proprio come quando scriviamo il diario della nostra giornata, eppure ricco e mai banale. Un linguaggio “accogliente”, ha detto qualcuno, in cui ti ritrovi a casa.
Bello il titolo del secondo romanzo, che riprende un proverbio francese che suona così: “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”. Sagge parole.

Mariarita

 

 

 

 

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Mangia Prega Ama

Mangia Prega Ama

Ci sono libri che fungono da toccasana per la nostra anima, libri che ci insegnano qualcosa, proprio come se fossero vita stessa. Questo per me è stato uno di quei libri.
Titolo conosciutissimo, dal quale è stato tratto anche l’omonimo e altrettanto famoso film con la bellissima Julia Roberts (che ancora non ho visto). Ho deciso di recuperarlo ora, in un momento particolare della mia vita, nel quale ho bisogno di ripetermi spesso che i binari non sono necessariamente dritti come appaiono tracciati, ma che la possibilità di uscire dal seminato c’è e non è nemmeno così lontana.

Di Elizabeth Gilbert ho amato il coraggio con il quale a trentaquattro anni in una faticosa notte stesa sul pavimento del bagno realizza che la sua vita stava andando sprecata, chiusa in un matrimonio arido.
Prendere in mano il proprio destino e scegliere di reinventarsi è ormai uno dei miei temi di lettura preferiti, e non credo sia un caso che nella maggior parte delle volte i protagonisti scelgano di farlo attraverso il VIAGGIO. Perché nel viaggio si scopre se stessi. E questa non è una di quelle frasi fatte da diario. E’ maledettamente vero. Dall’incontro con l’altro capiamo molto di più di noi stessi. Talmente tanto che a volte la persona che eravamo prima potremmo non riconoscerla.

Sto divagando.
Elizabeth, dicevo, sceglie di fare un viaggio in tre diversi luoghi: la prima tappa è l’Italia, alla ricerca del piacere. Dopo aver “distrutto” la propria vita, Roma pare un buon posto per leccarsi le ferite. Buon cibo, buon vino e buoni amici aiuteranno Elizabeth a riacquistare forza, sicurezza e desiderio di vita.
La seconda tappa è l’India dove Elizabeth passerà tutto il tempo in un asram per imparare la difficile pratica della meditazione e giungere all’incontro con Dio. Questa è senza dubbio la parte più difficile del libro. La meditazione, che non è un qualcosa che appartenga alla mia quotidianità, viene perfettamente descritta in tutta la sua profondità. La capacità di elevarsi, riconciliarsi con i propri pensieri e trovare Dio non si guadagna se non con impegno, esercizio e resistenza.
La tappa finale del viaggio è poi l’Indonesia, con la stupenda Bali. Qui la nostra protagonista ha già lavorato moltissimo su se stessa: ha rinfrancato il suo spirito tramite i piaceri italiani, ha trovato Dio e molto altro meditando in India. Ora a Bali è tempo di ricercare un equilibrio che le permetta di raggiungere una condizione nuova, una nuova forma di se stessa che sia vivibile e praticabile ogni giorno della futura vita.

Che viaggio emozionante è stato quello che ho potuto fare in questo libro. Credetemi che le stesse cose che Liz cercava, le ho trovate un pochino anche io pagina dopo pagina. E non importa se l’India è stato un passaggio difficile: lo è stato anche per lei.
Quando un libro vi prende così profondamente, quando entrate così in sintonia con quello che sta accadendo, pare che ogni “recensione” diventi superflua, no?
Il libro non mi è solo piaciuto, vorrebbe dire sminuirlo. Il libro mi ha aiutato a capirmi.

Si tratta di un racconto autobiografico. E anche questo (L’orizzonte, ogni giorno, un po’ più in là di Claudio Pellizzeni) è il racconto autobiografico di un viaggio e della nuova storia del suo protagonista.

Voi credete che i libri ci trovino quando abbiamo bisogno di loro? Io ne sono fermamente convinta.

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Anna

Le lacrime di Nietzsche

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di Irvin D. Yalom, 1992.

“Il fatto che la volontà non possa andare a ritroso, non significa che la medesima volontà sia impotente. Il fatto, grazie a Dio, che Dio sia morto, non significa che l’esistenza sia priva di uno scopo. Il fatto che sopravvenga la morte non significa che la vita sia priva di valore”.

Il dottor Josef Breuer, nella Vienna di fine Ottocento, fu medico curante di personaggi famosi, condusse esperimenti sulla respirazione e sull’equilibrio e per un periodo si dedicò anche agli studi della embrionale psicanalisi. Fu un precursore di Freud, del quale fu amico personale e mentore.
Lou Salomé fu letterata e psicanalista, donna emancipata, amica, tra gli altri, di Nietzsche, Freud e del poeta Rainer Maria Rilke.
Nietzsche è Nietzsche, lui, il filosofo del quale quasi tutti quelli della mia generazione hanno letto nell’adolescenza almeno “Così parlò Zarathustra”.
Yalom immagina che questi personaggi si incontrino – anche se nella realtà sembra che Breuer e Nietzsche non si siano incontrati mai – e che tra loro si componga una storia. Nella finzione del romanzo, Lou Salomé si rivolge al dottor Breuer per raccomandargli il suo amico Nietzsche, afflitto da una grave malattia nervosa (della quale effettivamente soffrì). Breuer sta attraversando a sua volta un difficile periodo della vita e si sente afflitto da una profonda disperazione esistenziale. Propone allora a Nietzsche uno scambio di natura professionale: lui agirà da medico sul corpo del filosofo e questi agirà da medico sulla mente del dottore.
Tutto il romanzo è un lungo e serrato dialogo tra due menti lucide ed eccelse. La psicanalisi vs. la filosofia. L’obiettivo che Nietzsche mostra a Breuer è quello di riprendersi in mano la vita, appaltata alle convenzioni, agli obblighi sociali e alle aspettative degli altri. La vita, insegna il filosofo, va consumata, esaurita, vissuta fino in fondo. Solo così la morte interverrà al momento giusto. E se non possiamo fuggire al fato, dobbiamo amarlo, “prenderlo a testate”, volere che si realizzi.
Solo quando avremo costruito noi stessi, potremo pensare di costruire dei figli. Diversamente, i nostri figli saranno solo frutto di bisogni animali, o della solitudine, o serviranno solo a rappezzare i buchi della nostra vita. Il nostro compito non è produrre altri noi stessi, ma qualcosa di superiore a noi. È “produrre un creatore”.
Da riflettere.

Mariarita

Non abbiate paura

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“Non ci sarebbe stato bisogno del tampone, di aspettare i risultati del DNA. Il suo ventre, fonte di lui, si contrasse nel più semplice dei riconoscimenti fra le creature. La voce piena di lui aveva una pronuncia un po’ indistinta. Quella vibrazione innescava un codice noto solo al suo midollo. Solo alla fine lo riconobbe con la testa”.

di Allan Gurganus, 2013.

Siamo nell’auditorium di una scuola, dove i genitori stanno aspettando che i loro figli adolescenti si esibiscano in una rappresentazione teatrale. Lo scrittore siede accanto ad un’amica, entrambi in attesa dell’apertura del sipario. Ad un certo punto entra una coppia che subito si fa notare: lui e lei bellissimi, biondissimi, complici, carichi di tensione quasi erotica, ostentatamente ignorati dagli altri, che li escludono guardando altrove, eppure felici. L’amica dello scrittore gli preannuncia che, dopo lo spettacolo, gli racconterà la storia di quella coppia, e così fa.
Tutto il libro è un flashback che parte molti anni prima, quando su una spiaggia si consumò una tragedia, che ne innescò altre. La coppia è il prodotto di quella concatenazione di tragedie, che non voglio svelarvi e che Gurganus sa raccontare con maestria, dipanando un po’ alla volta la storia senza deludere l’aspettativa del lettore.
È un bel racconto, scritto da un autore che non conoscevo, ma che certamente non è nato ieri. Quello che colpisce è la prosa: asciutta, penetrante, fantasiosa, carica di metafore ardite ma efficaci. Il messaggio è un atto di accusa verso il puritanesimo americano e verso i tabù sessuali, e un inno alla libertà dalle paure, dal conformismo e dai condizionamenti sociali. Interessante e originale (fin dalla copertina).

Mariarita

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Station 19

Station 19

Al via il secondo spin–off di Gray’s Anatomy che questa volta vira dalle classiche corsie d’ospedale per lanciarsi dentro le fiamme degli incendi di Seattle. Station 19 ci racconta le avventure dei pompieri del 19esimo distaccamento.

La serie è stata presentata durante la quattordicesima stagione di Gray’s Anatomy (13×14) per mezzo di un crossover di personaggi: Andy Herrera, intrepida vigile del fuoco, conosce Meredith durante il trasporto in ospedale di un sopravvissuto estratto dalla scena di un incidente.

Jason Winston George alias Ben Warren, marito della dottoressa Miranda Bailey, ha preso parte al cast dei personaggi della nuova serie. Avevamo già visto come avesse abbandonato il camice bianco e la chirurgia per buttarsi nell’addestramento da vigile del fuoco.
Questi intrecci ci promettono varie incursioni reciproche di personaggi tra le due serie.

Impressioni a caldo dopo due sole puntate? In primis devo dire che a mio modesto avviso tutto quello che porta l’inconfondibile marchio di Shonda merita sicuramente la possibilità di essere visto. Secondariamente mi aspetto dalla serie parecchia trama orizzontale, un po’ d’amore, passione, qualche morte, struggimenti vari. Il mix funziona sempre. Per me è un pollice in su.
Mi piace molto Jaina Lee Ortiz come attrice, l’avevo già apprezzata nella serie Rosewood (poliziesco simpatico che è stato malauguratamente tagliato troppo presto. Trovate qui la recensione). Interpreta qui come in Rosewood la donna determinata e sicura di sé, che sa quello che vuole e a me le donne forti piacciono sempre.

La serie va in onda il lunedì sera su Fox Life verso le 22:00.
Voi state seguendo la serie? Qualche paragone da fare magari con Chicago Fire che io non ho visto?

Anna

Sense8

Sense8

Cosa significherebbe poter sentire nella nostra mente altre sette persone, assorbendone le capacità, le conoscenze e potendole utilizzare a nostro piacimento? Ci troveremmo in un attimo a diventare fortissimi hacker, un secondo dopo sapremmo il cinese e saremmo maghi del kung fu, per poi ritrovarci a suonare ad un Rave.
Una quantità di risorse inimmaginabili aiuta sicuramente nelle più svariate situazioni.

Il lato scomodo invece è avere sempre la mente affollata dai pensieri e dalle preoccupazioni altrui, da continue visioni che arrivano a interrompere ogni tipo di momento, compresi i più delicati.

E’ questo quello che succede ai Sensate nella serie fantascientifica di Netflix creata dalle sorelle Wachowski e da Joseph Michael Straczynski.

La cerchia composta da otto ragazzi provenienti dalle più lontane parti del mondo si unirà (mentalmente) per combattere il nemico comune rappresentato dalla BPO, Biologic Preservation Organization, un’organizzazione che tenta di sterminare tutti i Sensate tramite interventi di lobotomia, con l’intento di controllarne e restringerne il potere.

La serie è ben costruita, i personaggi sono tutti molto interessanti e ben caratterizzati. Le stagioni sono purtroppo soltanto due. Quando Netflix ha deciso di non rinnovare la serie, i fan sui social hanno fatto una sorta di piccola rivoluzione tanto che è stato concesso un ultimo episodio da 2 ore nel quale si tireranno le fila di tutte le vicende fin ora accadute. La data è l’8 giugno.

Assolutamente consigliato!

Devo dire che ultimamente le serie Netflix mi stanno piacendo moltissimo. Qual è la vostra preferita?

 

Mi vivi dentro

Mi vivi dentro

Di Alessandro Milan, Dea Planeta 2018

Alessandro Milan, giornalista di Radio 24, in questo libro racconta sua moglie, Francesca Del Rosso, giornalista e scrittrice, portata prematuramente via da un cancro ad appena 42 anni.

Nel libro vengono riportati aneddoti della loro vita, momenti divertenti, allegri e brillanti, un po’ come era Francesca, intervallandoli a quelli duri e aridi della lotta contro il cancro durata sei lunghi anni. La stessa Francesca aveva scritto un libro nel 2014 edito da Feltrinelli dal titolo Wondy. Ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro con il quale raccontava in prima persona il suo percorso.

Wondy
Tornando a Mi vivi dentro è senza dubbio un libro dallo stile semplice ma dall’argomento elevatissimo, a tratti duro. Chiunque abbia mai sfortunatamente dovuto perdere qualcuno può trovare in tanti dubbi, riflessioni e domande di Milan, le proprie.
Il punto è: come farò a vivere senza di lei? Quello che sembra il più terribile degli scenari (e sicuramente lo è), ci mette a parte di ciò che possiamo veramente affrontare, meravigliandoci di come, passo dopo passo, e innaffiando sempre con cura la memoria di chi se n’è andato, riusciamo a procedere nel nostro cammino. Inciampando ogni tanto, voltandoci indietro spesso, ma andando comunque avanti.

In onore della moglie Milan ha fondato l’associazione Wondy sono io, che come si legge nello statuto, si occupa di diffondere la cultura della resilienza. C’è anche un premio letterario, premio Wondy appunto, che premia romanzi ed opere narrative che abbiano come tematica la resilienza.

Non è un libro che si possa consigliare o meno, è un libro che bisogna essere pronti a leggere, nel giusto stato d’animo per farlo. Giudicate voi.

Anna

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Clicca qui per acquistare su Amazon Wondy. Ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro

Tempo da elfi

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di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, 2017.

Della coppia Guccini-Macchiavelli avevo letto anni fa “Lo spirito e altri briganti” (2002), con cui questo “Tempo da elfi” condivide l’ambientazione nell’Appennino emiliano e l’atmosfera gialla. Nessuno dei due mi è parso memorabile.
Qui siamo nel borgo di montagna di Casedisopra, dove vive una pittoresca comunità di tardivi figli dei fiori, che la popolazione locale chiama “elfi”: gente pacifica che rifiuta il denaro, la corrente elettrica e le comodità della vita borghese per dedicarsi al lavoro della terra e ai prodotti delle proprie mani. Uno di loro viene trovato morto in una scarpata e delle indagini si occupa il giovane ispettore della forestale Marco Gherardini, detto Poiana.
Il racconto ha uno svolgimento scorrevole, gradevole, non troppo avvincente. I personaggi sono simpaticamente stereotipati, tutte persone ruvide, semplici e schiette, come si conviene a tipi di paese e come si immagina possa essere l’indole del buon vecchio Guccini (su Macchiavelli non mi esprimo perché non lo conosco), o almeno l’immagine che offre di sé. Appena passabile, secondo me. Ad ognuno il suo mestiere, e il mestiere di Guccini è quello di poeta. Ottimo poeta, mediocre giallista.

Mariarita

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WILD

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di Cheryl Strayed, 2012.

“Alla fine avevo capito cosa era stato: la smania per una via d’uscita, mentre in realtà quello che avevo desiderato trovare era una via d’accesso. Adesso ci ero arrivata. O ci ero vicina”.

Quando uscì il film tratto da questo libro, per la regia di Jean-Marc Vallée con un’ottima Reese Witherspoon, mia figlia mi trascinò a vederlo, perché stavo per partire per il Cammino di Santiago e lei riteneva che l’impresa descritta fosse analoga a quella che avrei affrontato. Ovviamente il Pacific Crest Trail, che attraversa la parte ovest degli Stati Uniti da nord a sud, lungo oltre 4.000 chilometri e quasi totalmente impervio e isolato, ha ben poco a che vedere con il Cammino di Santiago, lungo meno di 800 e ovunque ben attrezzato e molto frequentato. Però mia figlia aveva capito bene una cosa: le necessità profonde che hanno spinto Cheryl Strayed a intraprendere la sua esperienza estrema avevano qualcosa in comune con quelle che spingevano me ad una molto più modesta. Non ci si imbarca in avventure del genere, se non perché si hanno degli strappi da ricucire.
Solo ora, dopo tre anni, ho letto il libro e mi sono riconosciuta in ciò che è raccontato: la vita di Cheryl, dopo la morte della madre, è alla deriva. Sta precipitando in un baratro, ed è solo attraverso un gesto “semplice e potente” come il camminare, che riesce a ritrovarsi, scoprendo il potere corroborante, persino salvifico, della sfida con se stessi.
Capiamoci: io non sono Cheryl, la mia vita e le mie esperienze non hanno paragone con le sue, mia madre non era sua madre. Ma so cos’è il dolore per la morte della mamma, un dolore così profondo che ti demolisce. E so cosa vuol dire a un certo punto della vita fermarsi, prendere respiro e raccogliere il coraggio di intraprendere un percorso interiore o “fisico” (o entrambi, nel mio caso) per trovare una soluzione a quello che non funziona. Una soluzione che passa necessariamente attraverso l’elaborazione dei propri lutti: non solo la morte, ma le perdite, i fallimenti, i mancati rapporti.
Forse per tutto ciò ho amato tanto questo libro. E se anche voi avete, o avete avuto, bisogno di rimettere insieme qualche pezzo della vostra vita, lo amerete altrettanto.

Mariarita

 

 
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Sette minuti dopo la mezzanotte

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Di Patrick Ness e Siobhan Dowd, 2011 Mondadori

“Si è giovani una volta sola, dicono, ma non dura tantissimo? Più anni di quanti non se ne possano sopportare.” Hilary Mantel

Già dalla breve nota iniziale degli autori si comprende che questo libro vi donerà un corposo lascito. Non fatevi ingannare dalla sua classificazione come romanzo per ragazzi, parla a noi adulti in una maniera così forte e diretta che difficilmente ho incontrato prima. Parla di sentimenti scomodi, complicati e taciuti e ne parla in maniera gentile, ma anche in modo del tutto franco, senza fronzoli o abbellimenti.

Siobhan Dowd, acclamata autrice inglese per ragazzi, muore prematuramente all’età di quarantanove anni, portata via da un cancro. Patrick Ness porta qui a compimento quello che sarebbe stato il quinto lavoro di Siobhan, del quale l’autrice aveva già buttato giù l’inizio e l’idea generale.

Il titolo inglese, A Monster Calls, riassume bene la vicenda.

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Un mostro dall’aspetto spaventoso ma dai toni cordiali farà spesso visita a Conor, il nostro giovane protagonista. Cercherà di traghettarlo verso l’accettazione della morte della madre, che sfortunatamente avverrà da li a breve, ma, cosa ancora più importante, Conor dovrà imparare ad accettare se stesso. Non voglio dirvi di più perché è un insegnamento che ciascuno di noi deve avere il piacere, ma anche la forza, di leggere e accogliere con i propri occhi.
Imparare a perdonare noi stessi, noi fragili e imperfetti.

Che grande libro.

Non so cosa dire, mi mancano le parole ancora una volta di fronte alla grandezza dell’eredità che mi porto via dopo Sette minuti dopo la mezzanotte.
Vi chiedo, se potete, di leggerlo. Lo stile è semplice, realmente una scrittura per ragazzi che non si perde in inutili virtuosismi ma va avanti pulita fino al cuore.
Il libro è illustrato da Jim Kay che ha prodotto una resa azzeccatissima.

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Una menzione di merito sempre per AccioBooks, magico luogo dove questo libro è entrato nella mia orbita.

Anna