Le otto montagne

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di Paolo Cognetti, 2016.

“Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente”

I genitori di Pietro sono sempre stati innamorati della montagna, si sono sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo e, quando nasce il loro bambino, pur vivendo a Milano, lo educano fin da piccolo alla montagna. La famigliola ogni estate trascorre le vacanze nell’immaginario paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, e lì Pietro, ragazzino di città, stringe amicizia con Bruno, che alla sua stessa età conosce solo le montagne, i pascoli, le mucche, il lavoro. Col diventare uomini, le vite di Pietro e Bruno prenderanno strade diverse, ma la loro amicizia resterà salda anche nei momenti difficili.
Chi ama la montagna, quella autentica, fuori dai circuiti turistici, riconoscerà le descrizioni della vita di paese, della gente, del paesaggio, della fatica.
Il finale è un po’ scontato, immaginabile, e in generale tutto il romanzo non brilla per originalità. Ma non è la trama il suo punto di forza, bensì la rappresentazione della montagna come scuola di valori.
Candidato al Premio Strega 2017, è un romanzo ben scritto, che scorre via veloce e offre qualche punto di riflessione interessante.

Mariarita

 

Binge watching: medical drama

Come il titolo lascia presumere questo sarà un post per aggiornarvi sulla situazione della mia dipendenza da Medical Drama.

Gray's Anantomy
Dopo aver passato anni ed anni a rifuggirli, ben conscia dell’effetto che avrebbero avuto su di me, ecco che mi lancio in battaglia. Il mio primo avversario è un pezzo da 90, di quelli tosti: Gray’s Anatomy.
Non c’è nulla che io possa dire su questa serie, niente di nuovo, niente che non sia già stato scritto. E’ il non plus ultra. Le donne di Shonda Rhimes vincono sempre.
Ora, verso la fine della tredicesima stagione, la trama sta cominciando a perdere un pochino di smalto. Mi par già di vedere i sopraccigli alzati dei critici che sostengono che questo sia in realtà avvenuto già da tempo, e le urla dei fan sfegatati per i quali Gary’s è sempre al top. Ovunque voi vi collochiate, quello che importa veramente è che questa è una delle pietre miliari delle serie tv, quelle che non si possono non aver visto.

Private practice

Esaurito Gray’s Anatomy (esaurito in un tempo assolutamente non congruo alla sanità mentale) mi sono buttata su Private Practice, spin off di Gray’s Anatomy incentrato sul favoloso personaggio di Addison Montgomery.

Addison è la piú figa, c’è poco da dire. Oltre ad essere un chirurgo neonatale dall’altisonanente fama, Addison è bellissima, intelligente, piena di soldi e anche simpatica. La cara Shonda con lei si è davvero superata.
Immagino che dalle mie parole sia piuttosto chiaro che io sia una grandissima fan del personaggio. Addison, dopo la rottura con Derek (Shepard alias Patrick Dempsey…ma devo davvero spiegare queste cose?!) abbandona Seattle per rifarsi una vita nella meravigliosa e calda L.A.. Va a lavorare nello studio medico di alcuni suoi vecchi amici, Sam e Naomi Bennet, si trasferisce in riva all’oceano ed è pronta per un nuovo inizio.
Nella serie non mancano personaggi interessanti, casi medici curiosi, amori, rotture, tragedie, riconciliazioni. Il mix è sempre il medesimo ma non vedo il motivo di cambiare la ricetta quando si è trovata quella giusta. L’ho appena finita e, come ogni volta, provo quel senso di mancanza che mi genera la fine di una serie che mi ha appassionata. Non è una sensazione che si possa spiegare, ma sono sicura che molti di voi si riconosceranno nelle mie parole.

Saving-Hope-S4-Cast

Giusto il tempo di asciugarmi le lacrime che scovo tra i meandri di Sky una nuova serie della quale non sapevo nulla: Saving Hope.

Guardo la prima puntata e mi pare di avere un deja vù. Lui, Charly Harris, è primario di chirurgia, lei, Alex Reid, è un eccellente chirurgo generale e capo degli specializzandi, lavorano entrambi all’Hope Zion Hospital di Toronto, ospedale universitario.
Hanno un incidente d’auto che porterà Charly in coma. (Ma non è già successo anche in un’altra serie?!). Questo è l’incipit dal quale la serie poi prende il via: casi medici fanno da cornice alla condizione di Charly che nelle prime settimane appare stazionaria ma poco incoraggiante. Charly intanto è una sorta di spirito che si aggira tra i corridoi dell’ospedale conversando amabilmente con tutti coloro che per un motivo o per un altro si trovano tra la vita e la morte. Una sorta di moderno Caronte, il traghettatore di anime, lui guida gli spiriti o verso la luce o verso il ritorno dentro i propri corpi.
Parallelamente la vita dell’ospedale si svolge frenetica, con casi interessanti, qualche intreccio amoroso e via dicendo.
In lingua originale ci sono cinque stagioni del telefilm, in italiano viene trasmessa ora la seconda stagione su Fox Life.

Fatemi sapere quali sono le serie tv che vi hanno appassionato di più. Anzi, se mi date anche qualche nuovo titolo vi sarei molto grata. (Non necessariamente a tema medico.)
Aspetto vostre notizie, intanto buona visione!

Anna

Il senso del dolore

Il senso del dolore

Di Maurizio De Giovanni, Einaudi 2012

Il senso del dolore, nella sua riedizione per Fandango nel 2007, apre quella che sarà la fortunata serie di gialli scritti da De Giovanni aventi come protagonista il commissario Luigi Alfredo Ricciardi.

Il romanzo è ambientato a Napoli, una Napoli oscura, misteriosa, ma anche fervente e viva, in un andirivieni continuo tra i Quartieri dove vive la povera gente, via Toledo che funge un po’ come spartiacque tra le due città, e il ricco centro dove ci si ferma spesso a prendere un caffè e una sfogliatella nella sala del Gambrinus.
Al Teatro San Carlo, durante la rappresentazione di Cavalleria Rusticana e Pagliacci viene ucciso Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale. Lo si aspettava per la sua parte, quella del pagliaccio Canio, ma non vedendolo uscire dal suo camerino viene forzata la porta. Vezzi giace in una pozza di sangue, la giugulare zampillante.
Il tenore apparteneva alla cerchia di amicizie personali del Duce e dunque le pressioni per la risoluzione del delitto si fanno da subito insistenti per Ricciardi.
Vezzi, il cui successo era parificabile solo al suo ego smisurato, al suo poco rispetto per il lavoro o l’onore di chicchessia, non era certo circondato da persone che volessero il suo bene. Come ben presto scoprirà Ricciardi tutti, dai colleghi, all’impresario, alla moglie, tutti avevano un motivo per odiarlo quanto bastava da desiderarlo morto ma ciascuno di loro aveva anche un motivo per il quale averlo in vita era ancora più importante.

Ricciardi è un personaggio riservato, posato ma autorevole, instancabile lavoratore; non è solito concedersi alle frivolezze della vita. Ha una peculiarità che vive a tratti come un dono, a tratti come una spada di Damocle sulla sua testa: può vedere gli spiriti dei morti di morte violenta. Durante quello che lui chiama Il Fatto queste figure si mostrano nel loro ultimo istante di vita: non interagiscono con lui, si limitano a riportare quella che è stata la loro ultima emozione.
Più volte queste visioni hanno aiutato il Commissario nella risoluzione delle sue inchieste, ma a che caro prezzo.

Il romanzo si legge d’un fiato. Lo stile è ricco, mai banale. Davvero un ottimo libro. Ve lo consiglio vivamente. Io sicuramente continuerò a leggere qualcuna delle altre avventure del Commissario.

Anna

Open

Open-copertina

di Andre Agassi, 2009.

“Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente”.

Parole sante. Quello che non è vero è che solo a pochissimi sia concesso sapere questo. In realtà, in fondo in fondo, lo sappiamo tutti, anche se non abbiamo mai giocato uno slam.
Premetto che le mie conoscenze in materia di tennis si limitano al sapere vagamente che si gioca con una racchetta. Punto. Però Andre Agassi lo conoscevo, non tanto come tennista, quanto come personaggio: i suoi celeberrimi pantaloncini di jeans indossati in campo al posto di quelli regolamentari, la sua criniera ossigenata, le sue intemperanze giovanili, il suo famoso matrimonio, presto naufragato, con la bellissima Brooke Shields, seguito da quello con la campionessa di tennis Steffi Graf. Sì, lo conoscevo e per questo mi sono guardata bene finora dal leggere la sua autobiografia, perché il soggetto non mi ispirava alcuna simpatia.
Mi sono assolutamente ricreduta. “Open” è un libro che ti prende alla prima riga e non ti molla fino all’ultima e non importa se del tennis sai solo che si gioca con una racchetta e basta. È una storia di fatica, tanta fatica, costrizioni da parte di un padre spietato e violento, successi, cadute, riscatti. Il tutto scritto meravigliosamente: non certo da Agassi, che racconta di avere abbandonato la scuola a tredici anni, ma dal giornalista premio Pulitzer J. R. Moehringer. Come rivelato con molta sincerità nei ringraziamenti finali – ma era immaginabile, la scrittura è troppo limpida e coinvolgente per non essere opera di qualcuno del mestiere – Agassi ha raccontato la sua vita registrandola con la collaborazione dello stesso Moehringer. Un’altra collaboratrice ha trascritto la “cesta di cassette registrate” e Moehringer ne ha tratto una storia che poi lui stesso e Agassi hanno via via ricontrollato, limato e rifinito. La stesura è durata due anni, ma il risultato è eccellente. Quello che affascina è che tutto, nel bene e nel male, profuma di vero e mi ha fatto sentire l’Agassi uomo così vicino, che alla fine del libro non sono riuscita a trattenere le lacrime. Sono una pendolare e il treno è per me il luogo privilegiato per la lettura; mi capita ogni tanto di sentirmi coinvolta da un libro al punto da mettermi a ridere o a piangere e forse i miei compagni di treno penseranno che sono scema o matta. Qui l’avranno pensato certamente, perché alle ultime pagine del libro non solo piangevo, ma singhiozzavo proprio. Evabbè, pazienza per quello che avranno pensato. Leggetelo, poi mi direte se avete pianto anche voi, almeno due lacrimucce…

Mariarita

Io che amo solo te

Io che amo solo te

Di Luca Bianchini, Mondadori 2013.

Ho tantissime cose di cui parlavi in questi giorni e finalmente anche un po’ di tempo per farlo quindi cominciamo subito partendo con ciò che non mi è piaciuto un gran ché.

Siamo nella meravigliosa Puglia e lo sfondo di Polignano a Mare, del quale mi pare di poter cogliere gli odori e i colori, si presta generosamente a far da cornice a questo romanzo che non ha alcun quid aggiunto.
In queste 250 pagine Bianchini mette in scena un matrimonio: tipico matrimonio del sud, abbondanza, esagerazione e tantissima apparenza. Francamente il libro mi è sembrato un mastodontico stereotipo.

Chiara e Damiano, gli sposi, arrivano al giorno fatidico meno convinti che mai, pare uno di quei matrimoni forzati dei quali nel 2017 non vorresti più sentir parlare.
Quello che conta è non rompere, come Ninella ha da sempre insegnato a sua figlia Chiara. Che già li mi si accappona la pelle: il “non rompere” pare proprio essere una prerogativa della buona moglie, quella che deve sapere servire il proprio marito e deve sapere chiudere gli occhi e spostare lo sguardo altrove ogni qual volta sia necessario.
Mi spiace ma quando i personaggi femminili di un libro partono da questi presupposti, sarà veramente dura che un romanzo mi catturi. Certi comportamenti sono contro tutto quello in cui credo e mi danno fastidio anche se chiusi tra le pagine di un libro.
L’importante è preservare l’immagine rispettabile che le famiglie hanno, poi i tradimenti, il non amore, l’omosessualità celata, i dubbi sono tutte cose da non considerare nell’organizzazione di questo circo che è il matrimonio.

Essendo queste le premesse purtroppo il libro non fa altro che infastidirmi. Persino quando viene rivelato che i genitori degli sposi, Ninella e Don Mimì, si erano amati in gioventù la trama non si riprende. Perché si erano sì amati, ma ancora una volta l’amore era naufragato per questioni di rispetto familiare. Il fratello di Ninella era stato arrestato per contrabbando e dunque Don Mimì l’aveva lasciata per non legare il nome della sua famiglia ad un galeotto.

Il matrimonio si svolge, viene lasciato spazio ai ricordi, viene accesa anche qualche speranza ma in questo libro non è certo l’amore a trionfare.
Credo che l’autore abbia voluto inserire un happy ending a suo modo, cosa che io ho trovato invece piuttosto squallida e sicuramente non riscattante per i personaggi.
Insomma come trasformare un matrimonio, una bella festa, in una messa in scena di una tristezza cosmica.

Ne è stato tratto anche un film con Laura Chiatti e Riccardo Scamarcio del  2015 per la regia di Marco Ponti. Non ci provo nemmeno a vederlo dal momento che il libro non ha niente da dire; non sono certo i presupposti per un capolavoro. Se qualcuno lo ha visto però mi faccia sapere se sbaglio.

Questo libro domani partirà per raggiungere una nuova proprietaria e mi allaccio proprio a questo per parlarvi ancora una volta di AccioBooks, la piattaforma di book sharing alla quale sono iscritta.
Lo scambio di libri può essere vissuto in varie maniere: io personalmente tengo per me i libri che mi entrano nel cuore, gli altri li condivido in modo che possano far posto a qualche nuovo e fantastico romanzo. Basta possedere anche solo un libro da poter scambiare per avere sempre nuovi titoli a costo zero. Non vi sto a spiegare la gioia dell’arrivo delle buste con i libri, con i pensieri di chi ha letto il libro prima di te: sono libri con una storia. C’è aperta una campagna di crowdfunding sul sito Eppela (link direttamente alla pagina, andate a dare un’occhiata perchè c’è anche tutto il progetto del nuovo sito spiegato dettagliatamente). Se si raggiungerà la cifra necessaria, il sito verrà implementato con tantissime nuove funzionalità, rendendolo una piattaforma ancora più godibile. Ognuno può contribuire nella misura proporzionata alle proprie tasche, ogni cifra ha una ricompensa e ciascuna donazione verrà rimborsata in caso non si raggiunga il tetto prefissato. Ma questo non deve succedere: c’è ancora una settimana a disposizione quindi gente aiutiamo AccioBooks!

Anna

 

Pastorale americana

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di Philip Roth, 1997.

“Come penetrare nell’intimo della gente? Era una dote e una capacità che non possedeva. Non aveva, semplicemente, la combinazione di quella serratura. Prendeva per buono chi lanciava segnali di bontà. Prendeva per buono chi lanciava segnali di lealtà. Prendeva per intelligente chi lanciava segnali d’intelligenza. E fino a quel momento non era riuscito a vedere dentro sua figlia, non era riuscito a vedere dentro sua moglie: forse non aveva neppure cominciato a vedere dentro di sé”.

Premio Pulitzer 1997 e, secondo me, un capolavoro.
Nell’America della seconda guerra mondiale e del dopoguerra, Seymour Levov, detto lo Svedese, è un ragazzone biondissimo, altissimo, bellissimo. Di famiglia ebrea, campione sportivo e campione di lealtà. Studente e figlio modello. Ammirato da tutte le ragazze, ma non donnaiolo. Si arruola volontario in guerra per dare il proprio contributo alla causa del Paese. Terminata la guerra, da bravo figliolo, pur avendo davanti a sé tante opportunità, per non dispiacere al padre sceglie di lavorare con lui, titolare di una fabbrica di guanti di pregio. Si innamora e sposa Dawn, miss New Jersey 1949, bellissima e perbene. Lo Svedese è un uomo “bello da morire…grande, grosso, carnale e rubicondo” e ha sposato “una splendida bestiolina”.
I due sono ricchi, belli, ammirati; sono due cittadini modello, lavoratori (Dawn si dedica all’allevamento), impegnati, rispettosi delle leggi e delle regole di civile convivenza. Hanno una bella casa e una splendida figlia, Merry, coccolata e privilegiata.
Tutto perfetto, insomma, una vita come nella realtà non può esistere. E infatti. Merry crescendo, inizia a dare segnali di disagio, poi di ribellione sempre più aperta. Seymour affronta ogni suo atteggiamento ostico senza mai abbandonare la ragionevolezza, il dialogo costante, la pazienza. Ma non serve a nulla. Nel 1968, a 16 anni, Merry compie un gesto che cambia per sempre la sua vita, quella della sua famiglia e quella dell’America stessa.
La vita dello Svedese è dominata dal buonsenso, dalla misura, dal conformismo, dall’obbedienza alle regole comunemente accettate che sono alla base dell’ordine sociale e familiare. Merry incarna il rifiuto violento di questi valori, la rottura lacerante e drammatica con il passato.
Il sogno americano è morto, ucciso dalla guerra del Vietnam, nella quale gli Stati Uniti hanno perso la propria verginità. Il terrorismo è la risposta cieca e furiosa agli ideali del passato.
Perché questo? “Cosa diavolo è successo ai nostri bravi ragazzi …? (…) E’ una follia. Hanno dei genitori che non possono più odiare perché con loro sono anche troppo buoni, e allora, invece, odiano l’America”.
Non ci sono risposte nel libro, solo domande. E con una domanda il libro si chiude: “Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?”.
Non c’è niente che non va, sembra dirci Roth, che racconta tutta la storia dal punto di vista dello Svedese. Eppure la famiglia Levov brucia, insieme all’America stessa.
Un libro che ti resta dentro. Strepitoso.
A settembre 2016 è uscito nelle sale italiane l’omonimo adattamento cinematografico, per la regia di Ewan McGregor, che recita nei panni dello Svedese. Non l’ho visto, ma provvederò.

Mariarita

A che gioco giochiamo?

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Di Madeleine Wickham, 2013

Sono solita intervallare letture lunghe e faticose con qualche libro leggero e frizzante. Madeleine Wickham (alias Sophie Kinsella) è sempre stata la risposta per questo tipo di richiesta.

A che gioco giochiamo? però non mi è piaciuto. Ho fatto proprio tremendamente fatica a finirlo, ripetendomi continuamente -Forza, due bracciate alla fine!-.

La vicenda si svolge nell’arco di un weekend durante il quale Patrick e sua moglie Caroline invitano dei vecchi amici nella loro dimora di campagna con la scusa di organizzare un torneo di tennis. L’idea è quella di poter esibire la loro fantastica nuova residenza davanti ai vecchi amici di gioventù, per mostrare quanti soldi avessero fatto negli anni.

La trama è piuttosto povera se la si analizza bene: nell’arco di tre giorni quello che si riesce ad inserire non è altro che un po’ di tradimenti, qualche guaio finanziario e vuoto chiacchiericcio.
I personaggi sono terribili: davvero le ultime persone che uno vorrebbe avere come amico. Scheletri del passato che per i tiri mancini che si giocano l’un l’altro avrebbero fatto senz’altro meglio a rimanere nascosti sul fondo di qualche dimenticato armadio.
Non saprei davvero cos’altro dire su questo libro. Se qualcuno di voi lo ha letto, attendo i vostri pareri.
Mi preme sottolineare che non sto in alcun modo facendo la snob in quanto ho letto una quantità esagerata di romanzi della cara Sophie Kinsella, trovandoli sempre molto carini e godibili.
Peccato.

Anna