Mi sa che fuori è primavera

Mi sa che fuori è primavera

Di Concita De Gregorio, Feltrinelli 2015.

” Se non le dispiace. Vedi per esempio la parola dispiacere, come cambia quando l’hai maneggiata tanto? A me non dispiace più niente, nonna. Non mi dispiace davvero più niente. Tutto mi pare una sorpresa o un regalo.”

Con le centoventi pagine di “Mi sa che fuori è prima vera”, Concita De Gregorio, giornalista di Repubblica, dà spazio e voce a Irina Lucidi. Forse qualcuno di voi ricorderà il suo nome legato ad una tristissima pagina di cronaca nera: nel 2011 l’ex marito di Irina scompare portando con sé le loro due stupende gemelline, Alessia e Livia che all’epoca dei fatti avevano appena 6 anni. L’uomo muore suicida qualche giorno dopo la scomparsa, ma delle gemelline non c’è più alcuna traccia. Non ci sono prove che le bimbe fossero davvero con lui nel suo ultimo viaggio verso la morte, ma nemmeno del contrario.
La mamma da quel giorno è in attesa. In attesa delle sue bambine, per le quali la porta di casa sarà aperta per sempre, ma anche in attesa di risposte che in tutti questi anni ancora non sono state date, se non in maniera evasiva e superficiale.

Questo libro è struggente e bellissimo. Irina, donna di straordinaria forza, si racconta con delicatezza, mesta nel suo dolore, timida nella sua ritrovata felicità. Una donna che ha vissuto lo strazio più grande, quello che dice essere il metro di paragone per ogni altra vicissitudine della vita, una donna che si riscopre viva dopo tutto questo e, dopo tempo e fatica, si rende conto di non doversi sentire colpevole per avere ancora voglia di essere felice, di innamorarsi. Il pensiero di Alessia e Livia non l’abbandona mai, è una presenza costante. Irina convive con questo, Irina lavora per questo. Certe volte riesce a razionalizzare, altre ancora no. Ma ha capito che andare avanti era l’unica strada da poter percorrere.
Il libro ha a mio parere una forza grandissima. Non che da queste poche pagine uno possa essere in grado di comprendere un dolore così grande come quello di perdere due figlie, ma la capisco quando dice che per tantissimo tempo si è sentita in colpa al solo pensiero di poter vivere di nuovo. Poi impari in un certo senso ad addomesticarlo il dolore, diventa parte di quello che sei.

Il libro ve lo consiglio, è brevissimo e si legge davvero in un pomeriggio ed è capace di infondere sentimenti positivi, nonostante tutto il dolore del quale racconta. Fatemi sapere.

Anna

Vi lascio qui il link diretto per l’acquisto, non ve ne pentirete.

Una famiglia quasi perfetta

Una famiglia quasi perfetta

Di Jane Shemilt, Newton Compton Editori 2015.

Jenn è un medico, madre parecchio assente di tre figli, Theo, Ed e Naomi, tutti adolescenti. Ted, suo marito, fa il neurochirurgo ed è altrettanto assente nella vita dei ragazzi.
Una sera Naomi non rincaserà dopo uno spettacolo teatrale. Le prime ore di dubbi, poi l’allarme per la scomparsa e l’avvio delle ricerche.
Il libro, descritto dal punto di vista di Jenn, racconta i momenti immediatamente successivi alla scomparsa della ragazza. Poi, in un continuo saltellare tra presente e passato, ci vengono raccontate le vite dei personaggi ad un anno di distanza. Anno durante il quale, inutile dirlo, di Naomi ancora non sono state trovate traccie.
Difficile descrivere il dolore di una famiglia per la scomparsa di una figlia, infatti ho trovato il libro in qualche passaggio un pochino carente sotto questo aspetto. Tutti mi sono parsi molto più bravi a riprendere la loro vita “normale” di quanto non sarebbe nella realtà.
Jenn, dal canto suo, non ha però nessuna intenzione di arrendersi e continua a cercare anche a distanza di tempo. Cerca perché la speranza che sua figlia stia bene da qualche parte ancora non l’ha abbandonata, le basterebbe sapere che la sua Naomi è viva, vorrebbe poter credere che è fuggita, magari insoddisfatta della propria famiglia, ma che ora è felice.

Niente di straordinario. Leggibile ne più ne meno di tanti altri libri. I fatti sono il cardine della narrazione ed è giusto così. Ho trovato però un po’ troppo trascurata la caratterizzazione dei personaggi, c’è poco spazio per il vissuto interiore, che mi immagino devastante, della famiglia. Queste mancanze pesano sul giudizio finale del libro che sarebbe potuto essere valido e invece rimane superficiale.
Il prossimo thriller che ho puntato è La ragazza del treno di Paula Hawkins. Qualcuno che lo ha letto me lo consiglia/sconsiglia?

Anna

Dimmi che credi al destino

Dimmi che credi al destino

Di Luca Bianchini, Mondadori 2015.

“Diego riuscì finalmente a dedicarle qualche minuto di attenzione e si chiese quante persone erano scappate lì per dimenticare qualcuno: se Parigi era la città degli innamorati, Londra era la città dei profughi d’amore.”

Dimmi che credi al destino è una bella storia, pulita, di quelle che ogni tanto servono.
Nel suo romanzo Bianchini racconta la storia di Ornella, italiana emigrata a Londra in cerca della sua seconda occasione.
L’Italia non le aveva certo consegnato le chiavi del Paradiso. Ornella, infatti, era stata una giovane difficile. Compagnie sbagliate e loschi giri l’avevano abbruttita, trascinadola ad un passo dal tracollo. Per anni si era nutrita dell’amore sbagliato di suo marito che, in maniera totalmente egoistica, non le permetteva di liberarsi dalla dipendenza da eroina. Fortunatamente è riuscita a reagire un attimo prima del crollo finale. Con tanto coraggio ha affrontato la sua dipendenza all’interno di una comunità nella quale ha conosciuto La Patti. Più che un’amica, una sorella.
Ora Ornella, nella sua rinascita, fa la libraia a Londra. Dirige con entusiasmo l’Italian Bookshop insieme a Clara, testi italiani per i nostri connazionali che vivono all’estero e per quegli inglesi desiderosi di imparare la lingua. La libreria è il suo mondo, Ornella adora il suo lavoro e vi si dedica anima e corpo, con passione.
Il momento critico attraversato dalla libreria che pare essere vicina alla chiusura spingerà Ornella ad attivare risorse inaspettate e sconosciute. E, in questa sfida per il rilancio, si troverà anche a regolare i conti con il suo passato con il quale aveva si chiuso, ma nascondendo parte di polvere sotto al tappeto.

Mi piacciono sempre i giovani autori italiani, di Bianchini è il primo libro che leggo e se avete da consigliarmi qualcun’altro dei suoi titoli apprezzerei molto.
L’autore è super presente sui social, io lo seguo su Instagram @bianchiniofficial dove ci si può aggiornare in tempo reale sulle tappe di presentazione del romanzo. Tra l’altro devo dirvi che che Ornella esiste realmente e fa realmente la libraia nell’Italian Bookshop di Londra. (www.italianbookshop.co.uk). La libreria rischiava seriamente la chiusura e il romanzo di Bianchini nasce proprio dal tentativo di salvarla. Personaggi e posti sono dunque reali, i fatti sono invece romanzati come lo stesso autore ci ha tenuto a precisare.
Se vi capita, leggetelo. E andate a visitare l’Italian Bookshop di Londra.

Anna

Come un ricordo che uccide

Come un ricordo che uccide

Di Sabine Durrant, Sperling & Kupfer 2015.

“Mi sono detta che era normale trascurare gli amici, che succede a tutti quando ci si innamora perdutamente. Innamorarsi perdutamente…posso usare quest’espressione? Zach disapproverebbe. La definirebbe patetica. Eppure è vero che quando ci si innamora ci si perde, e si è perduti.”

Thriller claustrofobico e ansiogeno. Ben scritto, scorrevole, ti tiene incollato fino all’ultima pagina. Leggerlo però non mi ha rilassata, anzi. Sono stata anche parecchio male in certi passaggi, per me troppo pesanti per le tematiche trattate. Ho letto fino all’ultima pagina con la speranza di trovare un finale che alleggerisse un tantino quel pesante fardello che il libro ti scaraventa addosso. Lo so, sono troppo sensibile…

Lizzie fa la bibliotecaria in una scuola elementare, è molto dolce, introversa, delle due sorelle è quella che è sempre rimasta un po’ nell’ombra, eclissata dall’altra che invece è riuscita a sistemarsi bene, ha avuto figli e via dicendo. Me la sono immaginata come una di quelle figure delicate che però non si fanno notare in alcun modo, silenziose e remissive, con i bottoncini del golf allacciati fino al collo e la gonna sempre rigorosamente sotto il ginocchio. Un clichè.

Lizzie un bel giorno conosce Zach, l’artista che porta un’uragano di emozioni nella sua vita. I due si innamorano e ben presto decidono di sposarsi. Lui si trasferisce nella casa di lei (dopo averla più volte incalzata affinché sistemasse l’anziana madre in una casa di riposo) e da li in avanti, giorno dopo giorno, piccoli tratti della sua personalità inizieranno a rivelarsi alla sua novella sposa. Ossessivo, possessivo, manipolatore, alcolizzato e violento, Zach è un fiore di ragazzo. Obbliga Lizzie a tagliare pian piano i ponti con tutte le sue amicizie, desideroso che il loro diventasse un rapporto totalizzante. La personalità della giovane ne esce completamente devastata e pare non esserci via di fuga da questa relazione.

Ci penserà il destino a liberare Lizzie della sua prigione perché Zach ha un incidente in auto e muore.
A un anno esatto dalla sua morte la giovane vedova troverà il coraggio di recarsi sul luogo dello schianto con un mazzo di fiori da depositare. Da quella sera cominceranno una serie di avvenimenti che metteranno in dubbio tutto quello che è successo e porteranno alla luce nuove verità, diverse da quelle nelle quali Lizzie aveva sempre creduto.

Sicuramente un libro ben costruito. Se dovessi consigliarlo non lo farei perché quando ci sono libri che raccontano di uomini che sono violenti psicologicamente e verbalmente con le donne a me viene un gran mal di stomaco. Quindi non vedo perché dovreste fare altrettanto. In ogni caso, onore al merito, il libro è coinvolgente.
Traete da soli le vostre conclusioni, se lo leggete poi fatemi sapere.

Anna


Non ti muovere

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di Margaret Mazzantini, 2001.

“E l’amore per me era questo, orfano e incotechito, l’amore dell’estremo bisogno, quando il destino s’impietosisce di noi e ci regala un biberon”.

“La amo come un mendicante, come un lupo, come un ramo di ortica. La amo come un taglio nel vetro. La amo perché non amo che lei, le sue ossa, il suo odore di povera”.

“Io amo l’ospedale perché ha il sapore furtivo di una donna struccata, di un’ascella nel buio”.

Scusate, ma voi la Mazzantini la capite quando scrive? No, perché sarà pure una scrittrice à la page, nonché sceneggiatrice  dei propri romanzi che diventano film di successo interpretati dal marito Sergio Castellitto; avrà pure vinto il Premio Strega 2002 con questo “Non ti muovere”; insomma, tutto quello che volete, ma a me sembra solo una che se la tira un sacco e che infarcisce le sue opere di metafore ad effetto per far colpo sul lettore e lasciare intendere che dietro ci sia chissà cosa. Il fatto è che, secondo me, dietro non c’è niente.
Prendete questa storia, ad esempio: Timoteo è un chirurgo stimato, sposato da molti anni con Elsa, giornalista e donna emancipata e affascinante. Hanno una figlia quindicenne, Angela, che ha un incidente gravissimo in motorino. Mentre la ragazzina è sotto i ferri, il padre, angosciato, ripercorre gli ultimi sedici anni della propria vita, iniziando da quando Angela non era ancora nata e lui, già sposato da tempo con Elsa, si innamora di Italia, povera donna del sud che vive prostituendosi. Il libro è narrato in prima persona da Timoteo, ed è insolita questa immedesimazione di una scrittrice nel protagonista maschile di un suo romanzo.
Ho detto che Timoteo si innamora, ma non so se ho usato il verbo giusto, qui di amore ce n’è poco ed è un amore malato. Il rapporto tra lui e Italia inizia con un vero e proprio stupro commesso dall’irreprensibile e stimato medico. E non una sola volta, addirittura due. Italia, che ha vissuto facendosi sempre usare dagli uomini, a cominciare da suo padre, non si ribella nemmeno, è un povero Cristo in croce che pensa che quella sia la modalità normale per un uomo di approcciarsi a una donna. Quando Timoteo raggiunge il fondo dell’abiezione, comincia poco a poco a provare verso di lei un sentimento di protezione che somiglia sempre di più a una specie di amore. Ma è l’amore egoistico dell’uomo sposato che non vuole rinunciare né alla moglie né all’amante. Italia resta incinta di lui, ma decide di abortire perché capisce che non avranno un futuro insieme.
Nel frattempo anche Elsa resta incinta. Nasce Angela, e mentre mamma e bimba sono in ospedale, Timoteo decide che non vuole rinunciare ad Italia. Va a riprenderla, ma è troppo tardi.
Boh. La storia mi è sembrata fasulla. Tutto sa di artificioso, sia i personaggi che le elaborate e cervellotiche riflessioni del protagonista. Assolutamente non credibile, poi, è la vicenda dell’intervento chirurgico praticato d’urgenza da Timoteo a Italia in un piccolo ospedale di fortuna, senza quasi strumenti a disposizione e contro la volontà del direttore dell’ospedale che protesta, ma non si oppone veramente, né si preoccupa di accertarsi se Timoteo sia un vero chirurgo, né di chiamare la forza pubblica. Nella realtà, gli strascichi giudiziari e la risonanza mediatica per un fatto del genere sarebbero infiniti, particolarmente poi se l’esito fosse infausto come avviene nel romanzo. Qui invece niente. Timoteo pratica il suo infelice e disperato tentativo di salvare Italia, non riesce, e allora organizza con grande rapidità ed efficienza il trasporto del feretro al paesino di lei, in compagnia di un becchino che guida l’auto funebre. Il tutto mentre Elsa è nel reparto maternità con la neonata Angela, e non sembra chiedersi dove sia finito il marito.
Il viaggio di Timoteo con l’operatore di pompe funebri al paese di Italia per darle sepoltura è un on the road fatto di cliché: le confessioni di Timoteo allo sconosciuto compagno di viaggio, i loro pranzi silenziosi all’autogrill, l’arrivo all’assolato paesino del sud che sembra uscito da una cartolina di altri tempi, con le donne in costume tradizionale, “gambe di lana nera, scarpe da lavoro e scialli sulle spalle”, la sepoltura di Italia in totale solitudine, con lo storpio prezzolato, reclutato dal becchino per fare da unica comparsa al funerale. Ridicolo tutto. Secondo me. Secondo altri no, evidentemente, perché il libro a suo tempo ha avuto un gran successo, come pure l’omonimo film della premiata coppia Mazzantini – Castellitto, con Penélope Cruz nei panni di Italia e Claudia Gerini in quelli di Elsa.
Gli unici passi che salvo sono quelli dedicati alle riflessioni di Timoteo sul legame che unisce Angela a sua madre, legame rispetto al quale lui si sente estraneo. Scrive: “io sono stato un completo da uomo, appeso a lato della vostra relazione”; e ancora: “restavo a guardarvi seduto sulla sedia accanto. Fin da quelle prime ore ho sentito che il vero legame era il vostro”. Mi sono riconosciuta in questa situazione, per il mio personale vissuto sia di figlia che di madre, e mi è sembrata efficace la rappresentazione che la Mazzantini ne fa.
Boccio il resto.

Mariarita