La vita agra

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di Luciano Bianciardi, 1962.

“Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo”.

Pubblicato nel 1962, “La vita agra” ha poco più di cinquant’anni, che per un libro non sono poi così tanti, ma li dimostra tutti e anche di più, perché descrive un’Italia – quella del boom economico – e una ideologia – quella del comunismo “duro e puro” – che sembrano morte e sepolte da mille anni. Insomma, è davvero un libro vintage.
L’autore, Luciano Bianciardi, morto alcolista nel 1971, fu un uomo dalla vita tormentata: professore di liceo, traduttore dall’Inglese, scrittore di scarso successo commerciale, impiegato presso la casa editrice Feltrinelli che lo licenziò “per scarso rendimento”, fu un intellettuale inquieto e arrabbiato, che solo con questo libro conobbe un po’ di successo e di serenità economica.
Era toscano di Grosseto, Bianciardi, e la sua vita fu segnata da un episodio: l’esplosione di un pozzo minerario della Montecatini, a Ribolla, nel 1954, nel quale persero la vita 43 persone. Questo fatto alimentò la sua ribellione verso il sistema e la sua rabbia verso i “padroni”; abbandonò la famiglia ed emigrò a Milano, dove coltivò il suo impegno politico e si rifece una vita, restandovi fino alla morte.
Il romanzo è ampiamente autobiografico, o forse lo è totalmente, pur in maniera non dichiarata. Il protagonista lascia la Toscana per Milano con una missione precisa: vendicare i morti dell’esplosione nella miniera facendo saltare le torri della sede della Montecatini. Ma una volta a Milano, si perde nell’inconcludenza: si lega ad Anna in un rapporto difficile, trova lavoro, lo perde, si dedica con l’aiuto della compagna al difficile mestiere di traduttore, è in perenni ristrettezze economiche, non sa amministrarsi, ed è continuamente inseguito dai creditori che lo “tafanano” (come scrive lui) senza sosta. Una vita senza quiete e mai serena, “agra”, appunto.
Sullo sfondo, la Milano della crescita economica, e concetti ormai abbandonati come la lotta di classe, i padroni, l’orgoglio operaio, le utopie sociali. Il mondo del lavoro descritto sembra appartenere all’archeologia industriale, con i commendatori lombardi, le “segretariette secche” e odiose, il licenziamento libero, ante legge del ‘66 e ante art. 18.
Interessanti sono le pagine dedicate alla descrizione del lavoro del traduttore, difficile, assorbente, poco riconosciuto e poco remunerato: notti insonni per riuscire a rispettare i tempi di consegna, vedendosi poi contestare ogni espressione usata e applicare così cospicue penali alla già modesta parcella stabilita.
Non solo i temi trattati, ma anche il linguaggio usato è un po’ desueto e, soprattutto all’inizio del libro, lo sfoggio di erudizione è notevole. Ho letto le prime trenta pagine col vocabolario in mano, perché le parole che non avevo mai sentito prima erano frequentissime. Poi, un po’ il linguaggio si appiana, un po’ ci fai l’orecchio, un po’ resti affascinato da questa Italia che non c’è più e ti fai prendere dalla storia. Nel complesso, un libro interessante.
E, se amate il vintage anche nel cinema e non solo in letteratura, vi segnalo l’omonimo film tratto nel 1964 dal romanzo, interpretato da Ugo Tognazzi per la regia di Carlo Lizzani.

Mariarita

Ecco il link per acquistare il libro : La vita agra

Maze Runner – la fuga

Maze Runner - La fuga

Regia di Wes Ball, 2015.

Secondo capitolo della trilogia di Maze Runner, trasposizione cinematografica dei libri di James Dashner.

I ragazzi non hanno fatto nemmeno in tempo a capacitarsi di essere riusciti ad evadere dal labirinto che già devono fare i conti una spietata e desolante realtà esterna. –Quasi quasi torno dentro– devono aver pensato mentre cominciano a schivare piogge di proiettili.
Vengono messi in salvo da un gruppo di soldati (che non si sa bene chi siano ma quando ti hanno appena catapultato nel mondo esterno e già ti sparano addosso, forse se qualcuno ti offre una mano tu la accetti e non ti poni troppe domande) e portati in questa struttura insieme ad altri ragazzi, tutti sopravvissuti di altri labirinti. Ogni sera vengono sorteggiati una ventina di nomi fortunati che possono partire per la loro nuova vita, pare in una bella fattoria. Ho subito avuto un fortissimo déjà vu: uguale a The Island.
Purtroppo infatti l’epilogo dopo il fortunato sorteggio è bene o male lo stesso: i sorteggiati vengono messi in una sorta di coma farmacologico e dissanguati pian piano. Dal sangue degli immuni si ricava, infatti, l’enzima per la cura del virus che ha decimato la popolazione mondiale.
Quando Thomas si rende conto di quello che realmente viene fatto nella struttura, organizza il suo gruppetto e fuggono alla ricerca del Braccio Destro, una sorta di resistenza alla quale hanno intenzione di unirsi per combattere insieme i malvagi disegni di W.C.K.D.

Peccato, devo dire. Il primo film mi aveva entusiasmata, l’avevo trovato convincente e interessante, nonostante le premesse fossero bene o male le stesse da cui ormai partono tutti i teen-movie: futuro distopico, scenari desolanti, ribellioni di un gruppetto di pochi contro il sistema.
Fuori dal labirinto però abbiamo solo fughe, spari e combattimenti con poca sostanza, molta poca sostanza. Mi hanno detto che il libro si discosta molto da quanto rappresentato nella pellicola, forse è più convincente? Non saprei dirvi, non ho letto la trilogia.
Lancio un accorto appello: non dividete in due film l’ultimo capitolo. Uno basterà e avanzerà!

Non consigliato.

Anna

Gli ultras di Grifondoro

Harry Potter

Nelle ultime settimane ho affrontato un viaggio lungo, ma devo dire davvero bello, alla scoperta del mago più famoso del mondo: Harry Potter.
Non voglio certo annoiarvi scrivendo banalità o cose arcinote sulla storia, scrivo solo per condividere con voi una riflessione.
Non so nemmeno per quale motivo io sia arrivata fino ad oggi digiuna di ogni tipo di incantesimo, è successo e basta, non perché il genere non sia di mio gusto, ne per fare l’alternativa.
Quello di Harry è un mondo splendido, tratteggiato nelle sue più piccole sfumature, avvolgente e coinvolgente.
Da un certo punto di vista sono felice di averlo visto solo oggi: è una di quelle saghe alle quali ci si affeziona e lo si capisce subito. Sono sicura che chi ha amato davvero una serie di libri, di film oppure serie televisiva sa che cosa intendo quando dico che quando finiscono lasciano il vuoto, la mancanza, quasi come una storia d’amore.
A me è successo, non così spesso, ma è successo. Quando con un libro cominci a rallentare sulle ultime pagine perché non sei pronto a veder finire una storia che ti accompagnato per così tanto tempo. Quando di un telefilm ciclicamente rivedi l’ultima puntata (e vi parla una che a volte si spara ancora la puntata del matrimonio di Donna e David di Beverly Hills 90210).
Seguire Harry all’epoca delle sue uscite mi avrebbe sicuramente fatto questo effetto, creando il vuoto alla fine. Il primo film è uscito nel 2001 quindi ormai 14 anni fa…io avevo 12 anni e sarei cresciuta con i protagonisti dei libri. L’immedesimazione e il coinvolgimento sarebbero stati spaziali.
Almeno oggi l’ho visto senza innamorarmene a tal punto da sentirne la mancanza, diciamo un amore più maturo e distaccato, non come quelli travolgenti dei quindici anni. Ma capisco che sia successo a molti, moltissimi di voi. Uno tra questi, per esempio, è il mio ragazzo. Lui che si prestato (senza il minimo sacrificio) a rivedere i film per la centesima volta di modo che potessi vederli anche io. Lui che, nemmeno fosse il capo Ultras di Grifondoro, cena con la sciarpa della Casa avvolta al collo. Gli devo almeno di una gita al binario 9 3/4. (Che fra l’altro io ho visto e lui no).

Jpeg

Anna

Ultimi aggiornamenti

Perdonate la mia lunga assenza sul blog, colpevole di averlo trascurato parecchio ultimamente. Cercherò con questo post di fare brevemente il punto della situazione sulle ultime cose viste e lette.

Le mie ultime capatine al cinema hanno tutte avuto contenuti di altissimo spessore, aulici, filosofici: I fantastici 4, Minions, Inside Out e, dulcis in fundo, Magic Mike XXL. Siate indulgenti però, non si può essere sempre solo seri.

Per illustrare brevemente quanto visto devo dire che:

  • I fantastici quattro erano mille volte più fichi prima. Cara Marvel, basta con sti rifacimenti dei film perché primo, sono sempre le stesse storie, ok che la memoria collettiva magari vacilla ma non c’è bisogno di rifare gli stessi film ogni quattro anni. Poi i rifacimenti a mio modesto parere ti vengono peggio, dopo Spider-Man, che per me resta ancora Tobey Maguire, mi sostituisci Chris Evans come torcia umana? Lui infiammava un pochino anche noi. E Jessica Alba era la donna invisibile che passava meno inosservata della storia. I nuovi fantastici sono un pochino morbidini a confronto. Sicuramente li avrete voluti meno appariscenti e più ragazzi like us. Per quanto riguarda la parte tecnica e la trama non sono certo un’autorità in quanto a fumetti…posso solo dire che la battaglia con il cattivone finale (che c’è in tutti i film immancabile) è concentrata in un tempo breve e dunque sopportabile.
  • I Minions sono carinissimi. Ne vorrei uno come animaletto domestico. Il film d’animazione non è dei più memorabili, senz’altro come target è un film veramente pensato per i bambini. La super cattivona Scarlett Sterminetor ha la voce della Littizzetto…il chè la rende, come dire, molto meno cattiva ma più bisbetica. Papagena a tutti.
  • Inside Out è un piccolo capolavoro per il quale mi sono anche commossa. Ho letto tante recesioni osannati e almeno altrettante che stroncavano completamente il cartone. Troppo semplicistico descriverci come esseri completamente governati dalle emozioni, troppo poche per di più quelle rappresentate.
    Ragazzi ma rilassatevi, è un cartone animato. E’ carino e commovente, cosa deve fare di più? Se vogliamo bene vedere anche Cenerentola e Biancaneve e La bella addormentata sono tutti altamente diseducativi: la principessa aspetta sempre un uomo che la salvi, non ci prova nemmeno ad autodeterminarsi, sollevarsi dalla sua condizione, essere un po’ più sveglia. Ma di cosa parliamo? Io penso che le cose debbano essere anche apprezzate per quello che sono a volte, senza interrogarsi troppo, o si rischia di perderne la vera essenza.
  • Su Magic Mike XXL ho una sola parola da dire: ADDOMINALI. Nel film non c’è altro, ma sfido chiunque a dire che sia poco. Scherzi a parte, diversamente dal primo film che invece aveva anche una sua trama, un suo sviluppo e, se vogliamo, una sua morale, il sequel è solo un pretesto per far ballare e sculettare cinque bei ragazzoni. Ci sono delle scene davvero esilaranti. Se non lo avete visto, cinematograficamente parlando non avete perso assolutamente nulla. I vostri ormoni, signore, hanno però perso l’occasione per un buon ballo!

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Il comodino al momento è pieno di libri, come succede sempre quando arriva l’autunno e si sta bene nel divano con copertina e tisana calda: in primis due guide turistiche di Amsterdam. Sto progettando un weekend e mi faccio una cultura. Lancio anche un appello: se avete da consigliare posti da vedere o cose da fare sono sempre ben accetti. Poi ho momentaneamente messo in pausa la lettura de “Il segreto degli angeli” di Camila Lackberg, perchè Niccolò Ammaniti se ne è uscito con un nuovo romanzo proprio ora: ANNA.
Ammaniti è uno dei miei autori preferiti così sono subito corsa a comprare il libro, poi l’ho messo in libreria pensando di averlo già a portata di mano una volta finito l’altro. Ovviamente non ho saputo resistere più di qualche giorno.
C’è anche da dire che “Il segreto degli angeli” appartiene alla letteratura noir scandinava, notoriamente piuttosto cupa e difficile. A parte che nomi di luoghi e personaggi sono quasi sempre per me impronunciabili e di quindi difficile memorizzazione, sto trovando la trama del libro piuttosto dispersiva. Come già ho detto non l’ho finito e spesso il finale può fare la differenza, quindi mi riservo di parlarvene più accuratamente quando sarò arrivata in fondo.
Anna di Ammaniti è un piccolo gioiello, da leggere. I suoi romanzi sono sempre piuttosto diretti, non si può certo dire che sia uno che addolcisca la pillola. Anzi. Qui siamo in Sicilia nel 2020 e un’epidemia si è portata via quasi tutta la popolazione, non è rimesto gran ché a parte cumuli di sporcizia e carcasse. Anna ha tredici anni, è ancora viva e deve provvedere a se stessa e al suo fratellino Astor, seguendo le istruzioni che la madre le ha scritto in un quaderno appena resasi conto di essersi ammalata e di non avere scampo.
Un giorno Anna rientra a casa dopo essere uscita a cercare cibo nelle dispense ormai saccheggiate in città e non trova più Astor..
Scritto sapientemente e struggente. Ve lo consiglio vivamente.

La vita non ci appartiene, ci attraversa.

Notizia flash sui telefilm: in visione c’è la mini serie Whitechapel, un pochino datata in quanto è andata in onda tra il 2010 e il 2013 ma facilmente reperibile online. 3 serie con poche puntate ciascuna. Abbiamo visto tutta la prima, molto carina. Siamo a Londra nel quartiere tristemente noto per gli efferati omicidi del famigerato Jack the Ripper. Siamo ai giorni nostri e, in concomitanza con gli anniversari delle morti delle donne avvenute nel 1888, cominciano a ripresentarsi casi fotocopia. Se con il primo omicidio nessuno vuole dare adito all’ipotesi che si tratti di un emulatore per non creare il panico, con il secondo delitto verrà fugato ogni dubbio.
Prima serie carina e ben costruita.Seconda serie appena iniziata, si tratta di nuovo di un imitatore ma di nessuno di noto come Jack…vediamo, non vorrei che diventasse troppo tirata.

Anna

Principianti

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E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

(poesia “Ultimo frammento”, di Raymond Carver)

di Raymond Carver, 1981.

Chi ha visto “Birdman”, premio Oscar 2015 come miglior film, ricorderà che il protagonista – attore che ha avuto il suo momento di gloria, ma che ora è decaduto e dimenticato – tenta di mettere in scena tra mille difficoltà una pièce teatrale tratta dal racconto “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver.
Il titolo del racconto è anche il titolo dell’omonima raccolta di diciassette racconti, pubblicati nel 1981. Per darli alle stampe, l’editor Gordon Lish aveva tagliato senza pietà i racconti originali scritti da Carver, che fu costretto obtorto collo ad accettare lo stravolgimento della sua opera. Ciò coincise con un periodo molto doloroso per lo scrittore, che stava risalendo faticosamente dal baratro dell’alcolismo e si era appena separato dalla moglie.
Con il suo editor aveva un rapporto di devozione e di sudditanza psicologica, determinate forse dalla sua fragilità emotiva. Del periodo precedente la pubblicazione rimangono lettere nelle quali si rivolge a Lish incensandolo in maniera quasi umiliante e implorandolo (letteralmente) di non deturpare i suoi racconti. Da parte di Carver si trattò di un’umiliazione dolorosa quanto inutile, dato che l’opera fu data alle stampe nella versione voluta da Lish.
Ma grazie all’intervento della compagna di Carver, uno dopo l’altro i racconti originali vennero alla luce, in parte anche dopo la morte di Carver stesso, avvenuta nel 1988.
Questo “Principianti” raccoglie i testi nella versione originale e con il titolo originale voluto dall’autore.
Sono interessanti e ben scritti. Tutti mettono in scena vite di coppia o relazioni amicali o scorci di vita familiare ripresa nella sua normalità, anche quando questa normalità è atroce. L’alcol scorre sempre a fiumi: quando non bevono, i personaggi in genere litigano, a volte ballano.
I racconti più terribili sono “Di’ alle donne che usciamo”, in cui un giovane uomo, già sposato e padre, oppresso dalla routine familiare, insegue, stupra e uccide a sassate una ragazzina; e “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa”, in cui quattro amici a pesca vedono nel fiume il cadavere di una ragazza incagliato tra i rami di un albero, e decidono di continuare a pescare senza modificare i loro progetti per il week end. Terribile normalità.
Il racconto più bello e toccante è proprio “Principianti”, intitolato nella versione tagliata “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. In entrambi i casi è il racconto che dà il titolo alla raccolta; in esso tre amici, seduti davanti a parecchie bottiglie, ascoltano il racconto di un quarto che parla della storia d’amore di due anziani che vivono in una cascina isolata dal mondo e che si amano da tutta la vita di un amore tenerissimo, riscaldato ogni sera dai loro balli a piedi nudi in cucina, vicino al fuoco. Commovente normalità.
Il linguaggio è minimalista ed efficace. Il punto di vista è quasi sempre (non sempre) quello maschile, ma mai maschilista. L’uomo è fragile e violento, spesso perdente; la donna è spesso più forte. La coppia naufraga nella perdita di valori e di riferimenti. Nel complesso, un’opera straordinariamente moderna, che porta benissimo i suoi 35 anni di vita.

Mariarita