Al cinema in questi giorni

Dopo la carrellata natalizia (https://langolorecensioni.wordpress.com/2016/01/03/carrellata-natalizia/) ,
ecco quella post-natalizia, in questi giorni in cui sono usciti nelle sale tanti film interessanti e ai botteghini le file sono ancora lunghissime (si accorceranno alla fine dell’inverno, come sempre).
Premetto che non ho ancora visto il tanto atteso “Revenant”, col grande Di Caprio. Ne ho visti però altri quattro, sui quali vi dico la mia.
Anche qui vado in ordine di visione:

“Carol” di Todd Haynes, con Cate Blanchett e Rooney Mara.
È tratto da un romanzo scritto nel 1952 da Patricia Highsmith, le cui opere sono state altre volte tradotte in film famosi (“Delitto per delitto” di Alfred Hitchcock, “Il talento di Mr. Ripley” di Anthony Minghella).
È la storia di un amore nella New York dei primi anni ’50 del Novecento, tra la commessa di un grande magazzino (Rooney Mara) e una signora della società bene che si sta separando dal marito (Cate Blachett).
Bello, mi è piaciuto, anche se non regge il confronto con un altro film dello stesso regista e di tematica analoga, che è “Lontano dal Paradiso” (con Julianne Moore, 2002). Questo non è altrettanto poetico e struggente, ma è un buon film, secondo me. Non mi piace la Blanchett come donna, riconosco però che è una bravissima attrice (ma agli uomini piace anche come donna!). Ciò che mi ha lasciato perplessa è la fin troppa naturalezza – data l’epoca – con la quale l’amore tra le due protagoniste è trattato. Da questo punto di vista, “Lontano dal Paradiso” mi era sembrato più credibile, nel descrivere il tormento del protagonista (Dennis Quaid) che non poteva permettersi di far trapelare nulla sulla propria natura.

“Macbeth” di Justin Kurzel, con Michael Fassbender e Marion Cotillard.
Ovviamente è l’adattamento cinematografico (uno dei tanti, con precedenti anche illustri, come quello di Orson Welles del 1948) della celeberrima tragedia shakespeariana.
È ben fatto, con splendide scenografie selvagge, e di impianto molto realistico. La storia e il testo recitato mi sono sembrati molto aderenti all’originale, per quanto mi è dato conoscere e ricordare dell’argomento. Certo, deve piacervi il genere e dovete essere ben riposati, se no il rischio che cada la palpebra è elevato, anche perché il film dura due buone ore, oltre alla pubblicità. Fassbender è un gran bell’uomo e questo non guasta.

“La grande scommessa”, di Adam McKay, con Brad Pitt, Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carell.
Tratta del mondo della finanza nei tre anni che hanno preceduto la grande crisi del 2008. In scena alcuni uomini (personaggi reali, niente di inventato) che hanno scoperto che il mercato immobiliare americano era in realtà una gigantesca bolla pronta a scoppiare e che hanno scommesso contro il sistema. Mentirei se vi dicessi che ho capito bene tutti i meccanismi finanziari che vengono descritti. Però ho capito e seguito il senso generale del film, che ha un buon ritmo, è coinvolgente e persino divertente nel trattare un mondo di esseri spregevoli. Gli attori sono bravissimi, soprattutto Christian Bale, efficace nel rendere le manie di un personaggio disturbato. Da vedere.

“La corrispondenza”, di Giuseppe Tornatore, con Jeremy Irons e Olga Kurylenko.
Annalisa, più informata di me, mi dice che l’idea del film non è affatto originale, ma è stata sviluppata in modo simile anche in “P.S. I love you”, film del 2007 tratto dall’omonimo romanzo, ma che io non ho visto.
Premessa quindi la scarsa originalità del soggetto, posso dire che questo di Tornatore è un film dalle atmosfere nordiche, un po’ del genere “La migliore offerta”, che però mi era piaciuto assai di più.
È la storia d’amore tra uno scienziato di fama internazionale, anzianotto, fascinoso e sposato, e una giovane studentessa di astrofisica che si guadagna da vivere facendo la stuntwoman. Lui muore, ma lei continua a ricevere suoi messaggi, video su skype e lettere, come se lui avesse previsto con precisione millimetrica dove sarebbe stata lei in ogni singolo momento e cosa avrebbe fatto.
Le location sono suggestive, tra il lago Maggiore, dove è stato ricreato l’immaginario Borgo Ventoso, ed Edimburgo, in cui lei frequenta l’Università. Il film è molto malinconico e mette un po’ di tristezza, ma soprattutto è irritante la figura di Jeremy Irons, che nel suo egocentrismo tormenta la donna amata di messaggi e video post-mortem, impedendole di elaborare il lutto e superare il dolore. Olga Kurylenko – già vista in “Perfect day” – è brava, oltre che bella.

Mariarita

Creed

Regia di Ryan Coogler, 2015.

Attenzione: trattasi di recensione sentimentale, frutto di sensazioni sentite di pancia.
Creed, lo spin-off di Rocky, mi è piaciuto, mi sono anche commossa un paio di volte.
Non sono un’invasata di Rocky, ne la sua più grande conoscitrice. Non ho il poster in camera, eppure ho visto tutti i film, anche inevitabilmente appassionandomi a una delle saghe più famose (e belle) della storia del cinema.
Ci eravamo fermati a Rocky 4 secondo me con i film belli, quello con Ivan Drago che ti spiezza in due, quello dove Apollo muore sul ring. Con il quinto e il sesto film le idee sembravano essere finite, tanto da chiedersi come mai non avessero lasciato perdere.

Poi arriva Creed che, seppur sia un film completamente prevedibile, dove tutto va come ci si aspetta che vada, mi piace. Piace perché fa leva sul lato emozionale, si aggrappa al sentimento tramite i continui rimandi alla sega originale (per tutti i nostalgici), ma da questi assunti di base introduce personaggi nuovi ai quali potersi affezionare e ci mostra quelli vecchi sotto una luce diversa.
Stallone, che ricordiamo ha vinto il Golden Globe come miglior attore non protagonista, è invecchiato (è sempre grosso marcio). Nel film interpreta un Rocky segnato dagli anni, affaticato dalla vita e dalla solitudine, un Rocky umano. Direi che il personaggio gli riesce bene.
Per quel che riguarda la trama, ormai è nota: Adonis (Michael B. Jordan…che nome importante ragazzo!), figlio illegittimo di Apollo Creed, lascia la carriera impiegatizia che la madre ha sempre sperato per lui per seguire l’istinto di combattere che gli brucia dentro. Cercherà di farsi un nome senza utilizzare quello di suo padre: non vuole sconti e non vuole essere solo il figlio di.
Dal momento però che va a cercare Rocky come allenatore, i fari sono puntati su di lui. Chi è quel ragazzino che dopo anni è riuscito a riportare la leggenda all’angolo del ring?
Il segreto di pulcinella sarà svelato presto.

Ve lo consiglio. Se siete dei fan sfegatati di Rocky sicuramente non avrete resistito e già lo avrete visto. In ogni caso non è male.
Certo se non aveste mai visto nessun Rocky, bhè è proprio il caso di rimediare.

Anna

Sette riti di bellezza giapponese

Sette riti di bellezza giapponese

Di Elodie-Joy Jaubert, Sonzogno 2015.

Il segreto della cura e della bellezza della vostra pelle può essere contenuto in appena 127 pagine che si sfogliano in un pomeriggio?
Io sinceramente credo di si, anche se quello che poi fa realmente la differenza è la costanza con cui le semplici regole che ci vengono spiegate in questo manuale saranno messe in pratica.
Elodie-Joy Jaubert è una blogger ed illustratrice francese che con questo libro ci svela i passaggi del rituale di bellezza delle donne del Sol Levante. Approcciandomi a questo libro, mi sono fermata a riflettere sulle immagini delle donne orientali. Ho scoperto (scoperto solo perchè mai prima d’ora ci avevo riflettuto su) che effettivamente non è facile dare un’età ad una donna orientale. Il mantenimento di un viso luminoso, fresco e sano è per loro un obiettivo fondamentale, da perseguire tramite il rituale del layering, che consiste nella sovrapposizione a strati di vari trattamenti in modo da ottimizzare gli effetti di ciascuno, nutrendo e coccolando la pelle.
Il rituale, che una volta appreso dovrebbe portar via circa una decina di minuti, è da ripetere mattina e sera e si compone di :

  1. Demaquillage con l’olio
  2. Detersione
  3. Lozione
  4. Siero
  5. Contorno occhi
  6. Crema da giorno/notte
  7. Balsamo labbra.

Per ogni passaggio sono fornite alcune semplici dritte per realizzare prodottini efficaci fatti in casa. Di quelli poca spesa tanta resa insomma.
Per esempio avete mai pensato di non gettare via le bustine di tè, metterle in frigorifero e utilizzare il giorno dopo per decongestionare gli occhi?
Oppure il cetriolo, che si vede in ogni film, lo sapete che funziona davvero?
Se non siete delle amanti del fai da te, il consiglio è quello di acquistare prodotti biologici, facendo sempre attenzione alla composizione degli stessi.
Mai come ora è necessario rendersi conto che quello che applichiamo sulla nostra pelle è molto importante: deve essere per noi un aiuto a difesa del nostro viso, non il contrario.

Nel manuale si lascia anche spazio alla spiegazione dei segreti per la cura dei capelli. Gli ingredienti principali sono sempre la delicatezza dei gesti e la naturalità dei prodotti.

Inoltre è bene ricordare che siamo quello che mangiamo e anche la nostra alimentazione influisce in maniera diretta sullo stato della nostra pelle. Anche qui dall’Oriente possiamo “rubare” qualche must da inserire almeno ogni tanto nella nostra dieta: grandi alleati della pelle, ma anche del benessere in generale, sono la soia e le alghe.

La base da cui partire per migliorarsi fuori è però una condizione di benessere, di quiete interiore. Anche questa obiettivo primario da perseguire! Cerchiamo di essere dunque più zen e i benefici non tarderanno ad arrivare. (Io voglio provarci, poi vi racconterò anche dell’altro libro che vedete qui sotto infatti!)

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Io ho fatto la mia lista di prodotti da acquistare (per ogni tipo di pelle vengono consigliati quelli più adatti, non temete!). Vi terrò aggiornati sui miei progressi!

Anna

Sherlock Holmes – L’abominevole sposa

Sherlock L'abominevole sposa

Da amante del genere, del personaggio e anche di Benedict, il film mi è piaciuto molto.

Credo che per chi si è recato al cinema digiuno della storia e del personaggio di Sherlock Holmes il film non sia stato di facile interpretazione. Era poi l’episodio speciale di una serie tv di grandissimo successo (Link alla recensione) e, innegabilmente, aver visto le puntate precedenti si è rivelato senz’altro importante.

A differenza del telefilm, ambientato in una Londra contemporanea, questo speciale si svolge alla fine del 1800, in epoca vittoriana, ai tempi di Sherlock. Le ambientazioni sono caratteristiche nei costumi, nei colori e negli odori. Mi ricordano quelle di un’altra serie televisiva a mio parere molto bella, Ripper Street. (Link alla recensione)
Una giovane sposina impazzisce improvvisamente e comincia a sparare sulla folla. Con l’ultimo colpo si suicida, sparandosi in bocca.
Poi “risorge” per uccidere suo marito e, negli anni a venire, andare a perseguitare, promettendo la morte, quegli uomini non meritevoli, non degni per le loro mancanze più svariate nei confronti delle consorti.
Sherlock non si abbandona facilmente all’idea che esistano i fantasmi e che questi fantasmi vadano in giro ad uccidere la gente. Ma, anche per lui, il caso non pare di facile risoluzione.

La pellicola saltella con continui flashback tra presente, scene in cui ci si riaggancia all’ultimo episodio andato in onda della serie tv, e passato.
L’episodio è ricco di contenuti speciali: all’inizio vengono spiegati alcuni simpatici dettagli che poi si notano durante il film, interessante vedere la minuzia con cui uno sceneggiatore realizza il suo set. Alla fine ci sono una serie di interviste ai personaggi principali (e qui, dico la verità, potevano anche tagliare qualcosina).

Trovo Benedict Cumberbatch uno degli attori più bravi e completi dello scenario attuale. Il personaggio di Sherlock gli calza come un vestito fatto su misura. Il genio e la follia passano attraverso i suoi occhi e i suoi gesti. Grandissimo.
La coppia che fa con Martin Freeman in queste vesti è ormai rodata e funziona benissimo.

Guardate la serie, senza ombra di dubbio una delle meglio costruite degli ultimi anni. Consigliatissima!

Anna

Golden Globe 2016 – Vincitori e vinti

Abbiamo già appurato che il vincitore morale dei Golden Globe 2016 è in assoluto il buon Leo Di Caprio, la cui espressione mentre guarda il fondoschiena della signorina Gaga è probabilmente la gif più cliccata e condivisa di tutto il cyberspazio.

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Partendo da questo dato inconfutabile vi lascio però anche gli altri vincitori:

Cinema

Miglior film drammatico:

– Mad Max: Fury Road
– Carol
– Room
Revenant – Redivivo
– Spotlight

Miglior film commedia o musicale:

– La grande scommessa
– Joy
Sopravvissuto – The Martian
– Spy
– Trainwreck

Miglior regista:

– Todd Haynes, Carol
Alejandro Gonzalez Iñarritu, The Revenant
– Tom McCarthy, Spotlight
– George Miller, Mad Max: Fury Road
– Ridley Scott, The Martian

Miglior attore in un film drammatico:

– Bryan Cranston, Trumbo
Leonardo DiCaprio, The Revenant
– Michael Fassbender, Steve Jobs
– Eddie Redmayne, The Danish Girl
– Will Smith, Zona d’ombra

Miglior attrice in un film drammatico:

– Cate Blanchett, Carol
Brie Larson, Room
– Rooney Mara, Carol
– Saoirse Ronan, Brooklyn
– Alicia Vikander, The Danish Girl

Miglior attore in un film o commedia musicale:

– Christian Bale, La grande scommessa
– Steve Carell, La grande scommessa
Matt Damon, Sopravvissuto – The Martian
– Al Pacino, Danny Collins
– Mark Ruffalo, Infinitely Polar Bear

Miglior attrice in un film o commedia musicale:

Jennifer Lawrence, Joy
– Melissa McCarthy, Spy
– Amy Schumer, Trainwreck
– Maggie Smith, Lady in the Van
– Lily Tomlin, Grandma

Miglior attore non protagonista:

– Paul Dano, Love & Mercy
– Idris Elba, Beasts of No Nation
– Mark Rylance, Il ponte delle spie
– Michael Shannon, 99 Homes
Sylvester Stallone, Creed

Miglio attrice non protagonista:

– Jane Fonda, Youth – La giovinezza
– Jennifer Jason Leigh, The Hateful Eight
– Helen Mirren, Trumbo
– Alici Vikander, Ex Machina
Kate Winslet, Steve Jobs

Miglior sceneggiatura:

– Room: Emma Donoghue
Steve Jobs: Aaron Sorkin
– The Hateful Eight: Quentin Tarantino
– Spotlight: Josh Singer, Tom McCarthy
– La grande scommessa: Adam McKay, Charles Randolph

Miglior colonna sonora originale:

– Carol – Carter Burwell
– The Danish Girl – Alexandre Desplat
The Hateful Eight – Ennio Morricone
– Steve Jobs – Daniel Pemberton
– Redivivo – Ryuichi Sakamoto & Alva Noto

Miglior canzone originale:

– Love Me Like You Do, 50 sfumature di grigio
– One Kind of Love, Love & Mercy
– See You Again, Fast & Furious 7
– Simple Sound #3, Youth – La giovinezza
Writing’s On The Wall, SPECTRE

Miglior film straniero:

– The Brand New Testament
– The Club
– The Fencer
– Mustang
Il figlio di Saul

Miglior film d’animazione:

– Anomalisa
Inside Out
– Il viaggio di Arlo
– Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts
– Shaun – Vita da pecora

Non ho gran ché da dire sull’assegnazione dei premi, la maggior parte di questi film devo ancora vederla. Mi incuriosisce parecchio la vittoria di Stallone come miglior attore non protagonista in un film drammatico: per quanto la saga di Rocky sia senza ombra di dubbio splendida e la si guardi sempre volentieri, lui non mi è mai parso un brillante attore e interprete…ma probabilmente invecchiando si migliora, quindi guardermo Creed per farci un’idea.
La bella Jennifer Lawrence continua imperterrita a vincere un premio dopo l’altro: bella, giovane, pluripremiata…ragazza, ci vuoi spiegare il tuo segreto?
Poi c’è Leo, il fantastico Leo, che vince il suo Golden Globe. Ma noi tutti aspettiamo il tuo Oscar, Leo!
Per quanto riguarda i film, ne riparliamo più avanti.

Televisione

Miglior serie drammatica:

– Empire
– Game of Thrones
Mr. Robot
– Narcos
– Outlander

Miglior serie commedia o musicale:

– Casual
Mozart in the Jungle
– Orange is the new black
– Silicon Valley
– Transparent
– Veep

Miglior miniserie o film tv:

– American Crime
– American Horror Story Hotel
– Fargo
– Flesh and Bone
Wolf Hall

Miglior attore in una serie drammatica:

Jon Hamm, Mad Men
– Rami Malek, Mr. Robot
– Wagner Moura, Narcos
– Bob Odenkirk, Better Call Saul
– Liev Schreiber, Ray Donovan

Miglior attrice in una serie drammatica:

– Caitriona Balfe, Outlander
– 
Viola Davis, How to Get Away With Murder
– 
Eva Green, Penny Dreadful
– 
Taraji P. Henson, Empire
– 
Robin Wright, House of Cards 

Miglior attore in una serie comica:

– Aziz Ansari, Master of None
Gael Garcìa Bernal, Mozart in the Jungle
– Rob Lowe, The Grinder
– Patrick Stewart, Blunt Talk
– Jeffrey Tambor, Transparent

Miglior attrice in una serie comica:

Rachel Bloom, Crazy Ex Girlfriend
– Jamie Lee Curtis, Scream Queens
– Julia Louis-Dreyfus, Veep
– Gina Rodriguez, Jane the Virgin
– Lily Tomlin, Grace & Frankie

Miglior attore non protagonista in una serie, miniserie o film tv:

– Alan Cumming, The Good Wife
– Damian Lewis, Wolf Hall
– Ben Mendelson, Bloodline
– Tobias Menzies, Outlander
Christian Slater, Mr. Robot

Miglior attore in una miniserie o film tv:

– Idris Elba, Luther
Oscar Isaac, Show Me a Hero
– David Oyelowo, Nightingale
– Mark Rylance, Wolf Hall
– Patrick Wilson, Fargo

Miglior attrice protagonista in una serie, miniserie o film tv:

– Kirsten Dunst, Fargo
Lady Gaga, American Horror Story: Hotel
– Sarah Hay, Flesh and Bone
– Felicity Huffman, American Crime
– Queen Latifah, Bessie

Miglior attrice non protagonista in una serie, miniserie o fil tv:

– Uzo Aduba, Orange is the New Black
– Joanne Froggatt, Downton Abbey
– Regina King, American Crime
– Judith Light, Transparent
Maura Tierney, The Affair

Tra le serie televisive mi limito a dire che ce ne sono alcune delle mie preferite come How to Get Away With Murder o per meglio dire Le regole del delitto perfetto (Link alla recensione) e Orange is the new black . Mio modesto e personale consiglio, non perdetevele. American Horror Story non è purtroppo il mio genere; ogni tanto sogno ancora i personaggi della prima serie, l’unica che ho tentato di guardare. Non sono abbastanza impavida e mi dispiace perché avrei visto volentieri come si è comportata Lady Gaga sul set.

E voi, commenti e impressioni su questi vincitori?

Anna

Quando la musica finisce

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di Mary Higgins Clark, 2015.

In Inglese li chiamano “guilty pleasures”, piaceri colpevoli. Sono quelle cose che ci piacciono, nonostante ne vediamo i difetti e i limiti, a volte persino la volgarità, e per questo ci vergognamo un po’ ad ammetterlo. Mary Higgins Clark è un po’ il mio guilty pleasure.
È una scrittrice di gialli newyorkese, che ha da poco compiuto la bellezza di 88 anni e ancora sforna – o per lo meno firma – gialli a ripetizione. Nei suoi 40 anni di carriera di scrittrice ha venduto 80 milioni di copie. Non male.
Questa signora è senz’altro ricchissima, ora, ma non lo è sempre stata. È nata nel Bronx nel 1927, da genitori irlandesi e ha avuto una vita davvero difficile, prima di diventare famosa in età già matura. Di famiglia umile, da bambina rimase orfana di padre, e la madre dovette arrangiarsi con mille lavori per mantenere i tre figli. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, un suo fratello si arruolò, ma morì in guerra. Mary si sposò giovane, ma rimase vedova a soli 36 anni, con ben cinque figli da mantenere. Fece la segretaria, la hostess della Pan Am, la scrittrice di sceneggiati radiofonici e altri lavori temporanei per sbarcare il lunario, finché, alla soglia dei 50 anni, scrisse il suo primo romanzo giallo, che ebbe molto successo. A questo ne è seguita un’altra quarantina, una media di circa uno all’anno, l’ultimo dei quali è “Quando la musica finisce”, edito nel 2015.
Le sue storie si somigliano tutte e hanno in comune alcuni stereotipi che ne rendono facilmente riconoscibile la paternità, o in questo caso sarebbe meglio dire “maternità”.
Intanto sono sempre ambientate a New York, più precisamente a Manhattan, più precisamente in qualche strada-bene del quartiere-bene di New York. Al massimo, in qualche caso, parte della storia si svolge in un elegante sobborgo residenziale del New Jersey.
Protagoniste sono invariabilmente ragazze giovani e belle che, a meno di 30 anni (beate loro!), hanno già tutte un lavoro di successo; del genere più vario, ma sempre di successo. Sono tutte molto carine, molto snelle e alte di statura. In molti casi amano lo sport, particolarmente nuoto e sci e, chissà perché, viene sempre sottolineato che sono ottime guidatrici. Sono sempre laureate, provengono da famiglie “per bene” e sono tutte brave ragazze di sani principi e cattoliche praticanti.
Sono sempre single all’inizio del romanzo, e si innamorano prima della fine, ovviamente di un bravo giovane un po’ più vecchio di loro, anche lui molto per bene, con un lavoro di successo e piuttosto danaroso. A volte si tratta di giovani vedove che hanno perso in circostanze tragiche l’adorato maritino appena sposato, ma mai si tratta di divorziate o separate: la cattolica Higgins Clark non approva queste cose.
La vicenda gialla parte da un omicidio che è sempre molto “pulito”, non ha mai niente di sordido. Parallelamente alla storia principale, se ne dipanano altre che si intrecciano tra loro con un ritmo molto “televisivo” (e infatti sono diversi gli adattamenti per la TV che questi gialli hanno conosciuto) e trovano un punto di incontro nella rivelazione finale. Alla fine la protagonista trova l’amore e tutto finisce bene.
Tutto è molto geometrico. Ad esempio viene sempre precisata l’età dei personaggi o quanto tempo è passato da un certo evento, e si tratta sempre di un ordine matematico molto preciso, una specie ricerca di riferimenti temporali estremamente puntuali. Esempio: lei ha 30 anni, la sua bambina ne ha 5, sua madre ne ha 50; quello ha 70 anni, sua moglie ne ha 5 di meno, sono sposati da 45 e così via… Alcuni passaggi denunciano l’età dell’autrice, come quando scrive di qualcuno che ha “appena 67 anni”; o che è morto in giovane età “ammazzandosi di sigarette”, poi si scopre che la giovane età era 70 anni; o di uno che ha 72 anni, di cui la scrittrice si preoccupa di informarci che ne vivrà almeno altri 20, dato che proviene da famiglia longeva.
I personaggi positivi della storia, anche quelli minori, sono sempre appartenenti al ceto sociale medio alto, in una irritante equazione: buona posizione sociale+buon livello di istruzione=garanzia di moralità.
Le coppie descritte, anche quelle di contorno, sono sempre molto unite in matrimoni longevi e meravigliosi che non conoscono crisi e, se uno/una resta vedovo/a, piange amaramente il coniuge per molti e molti anni prima di aprire il suo cuore a qualcun altro, col quale ovviamente si unirà in matrimonio, non essendo mai contemplata la convivenza e nemmeno la fornicazione extra matrimoniale.
Le figure paterne sono sempre meravigliose, forse per una sorta di transfert della scrittrice che perse il padre da piccola e ne avrà per questo serbato un ricordo ammantato di rosea nostalgia.
Le psicologie dei personaggi sono tagliate con l’accetta, poco sfumate e poco approfondite. Il linguaggio è molto pulito e i dialoghi sono un po’ artificiali e “costruiti”, poco realistici.
Bene. Con queste premesse, di Mary Higgins Clark ho letto esattamente 25 romanzi (li ho contati, li ho nella mia libreria)!
Sarà che l’intreccio giallo è ben costruito. Sarà che, nonostante sembrino storie scontate e prevedibili, in realtà la scoperta dell’assassino mi sorprende sempre, almeno un po’. Sarà che questo mondo pulito e artificioso ha un suo fascino. Sarà che è bello credere che le cose possano andare bene, che tutto si aggiusti, che la giustizia e l’amore trionfino.
Insomma, non so cosa mi acchiappa di questi libri, eppure mi piacciono, pur vedendone tutti i difetti. E prima di accingermi alla lettura, vado a cercare la bella dedica che immancabilmente la Higgins Clark fa a qualche persona della sua vita, nonché la pagina di ringraziamenti in cui elenca tutti coloro che l’hanno aiutata nel lavoro. Una nota buffa è che spesso ringrazia i figli e i nipoti che le correggono alcune espressioni contenute nelle bozze del libro, non più riconoscibili alle nuove generazioni.
Che dirvi? Se vi piacciono i gialli e le storie a lieto fine, provate questa autrice. Forse diventerà anche il vostro “guilty pleasure”.

Mariarita

Il meglio e il peggio del cinema 2015 (secondo me)

Qual è la vostra classifica dei film più belli e più brutti del 2015? Raccontatemi, vorrei confrontarmi con voi.
Intanto vi dico la mia. Questi sono i tre peggiori film e i tre migliori del 2015.
Ovviamente tra quelli che ho visto io. Ovviamente secondo me, che non sono nessuno, solo una a cui piace da matti andare al cinema.
Bene, iniziamo dai tre peggiori:

al 3° posto metto “Padri e figlie”, di Gabriele Muccino, con Russell Crowe e Amanda Seyfried.download (3)

La storia è quella di uno scrittore che resta vedovo e deve crescere da solo l’adorata figlioletta; ma i suoi crolli nervosi diventano sempre più gravi, costringendolo ad affidare la piccola ad una zia, ovviamente stronzissima che la farà soffrire.
Troppo lungo (parlo della lunghezza “percepita”, non di quella assoluta), melenso, non arriva mai al dunque e lascia una spiacevole sensazione di falsità. Mi è sembrato un’americanata fasulla e inconsistente.

Al 2° posto “The lobster” di Yorgos Lanthimos, con Colin Farrell e Rachel Weisz .

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È ambientato nel solito futuro distopico che ora va tanto di moda al cinema e nei libri, un futuro, in questo caso, nel quale è vietato restare single. I “non accoppiati” vengono arrestati e trasferiti in un fantomatico Hotel, dove sono obbligati a trovarsi un partner entro 45 giorni. Se falliscono vengono trasformati in un animale a loro scelta e liberati nei boschi.
Risultato: un film da taglio delle vene, cupo, allucinato, tremendo, talmente assurdo da suscitare momenti di comicità involontaria. Tuttavia non gli assegno il primo posto, perché riconosco che il problema è anche mio: non amo questo genere di film e ho senz’altro sbagliato la scelta, dovevo immaginarlo. Ma posso dire anche che ho visto estimatori del genere uscire dalla sala con gli occhi sbarrati per lo sconcerto.

Al 1° posto “Franny” di Andrew Renzi, con Richard Gere.

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Di “Franny” ho già parlato e vi rimando al mio recente commento: (https://langolorecensioni.wordpress.com/2016/01/03/carrellata-natalizia/).
Richard Gere è un milionario eccentrico e filantropo, che vive solo ed è morbosamente attaccato ad una coppia di amici, i quali muoiono in un incidente d’auto da lui involontariamente provocato. Per alleviare i sensi di colpa trasferisce il suo patologico attaccamento e la sua frustrazione sulla figlia della coppia, assillandola e coprendola di attenzioni non richieste e non gradite. E intanto imbocca una china pericolosa.
Storia con credibilità inferiore allo zero. Personaggio protagonista che definire fastidioso è fargli un complimento. Recitazione abominevole. Devo continuare?

E ora i tre che ho amato di più:

al 3° posto “The imitation game” di Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley.

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Credo che l’abbiate visto in molti: è la storia di Alan Turing, il matematico padre del computer che fu isolato e poi condannato per la sua omosessualità nell’Inghilterra degli anni ’50 del Novecento (poco più di 60 anni fa, e sembra medioevo!). Per evitare il carcere acconsentì alla castrazione chimica, ma ormai svuotato e depresso, si suicidò nel 1954. Ho letto – ma questo il film non lo mostra – che Turing si uccise mordendo una mela al cianuro ed è perciò, in suo onore, che la mela morsicata è stata scelta da Steve Jobs come logo per la casa da lui fondata, appunto denominata Apple.
La storia è forse un po’ romanzata ma appassionante e ha il merito di avere fatto uscire dall’oblio un uomo che ha dato tanto al nostro mondo, ma che probabilmente nemmeno conoscevamo, un uomo che non solo non è stato onorato per la sua genialità, ma che al contrario è stato vergognosamente privato della dignità per suo modo di essere.
Cumberbatch, che apprezzo dai tempi della serie televisiva “Sherlock”, è bravo.

Al 2° posto una commedia, “Il nome del figlio”, di Francesca Archibugi, con Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Rocco Papaleo, Luigi Lo Cascio e Micaela Ramazzotti.

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È il remake italiano del film francese “Cena tra amici”, tratto dalla pièce teatrale “Le prénom”. Ho visto una volta il film francese e due volte quello italiano, quindi direi che sono proprio convinta.
La vicenda vede in scena un gruppo di amici di antica data e si svolge quasi interamente nel soggiorno della casa di due di essi, rivelando così la sua impronta teatrale. Durante una cena, uno di loro annuncia il nome che vuole dare al figlio che sta per nascere. Intorno al nome del nascituro esplodono discussioni, rivalità mai risolte, problemi mai affrontati, scontri ideologici, offese personali. Tutto esce allo scoperto, ma alla fine tutto si appiana in nome dell’amicizia sincera e dell’affetto profondo che lega il gruppo.
Gli interpreti sono efficaci, anche Valeria Golino, che a cinquant’anni ha finalmente imparato a recitare. Il punto di forza sono i dialoghi, vivaci, scoppiettanti, intelligenti, e per me una sceneggiatura felice (ancorché, come in questo caso, non originale) vale  mille punti. Da vedere e rivedere, come in effetti ho fatto.

La Palma d’Oro va secondo me a “Still Alice” di Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con Julianne Moore e Alec Baldwin.

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La Moore è superba nella parte di una brillante e affascinante professoressa universitaria, moglie felice di un medico e madre di tre figli, che alle soglie dei cinquant’anni scopre di avere l’Alzheimer. La malattia le devasta progressivamente la mente e anche il fisico e rivela una volta di più che la vera natura delle persone viene a galla proprio quando sono messe alla prova, nei momenti di massima difficoltà. Si scopre così che nessuno è come sembra: né il devoto marito di lungo corso, né la figlia minore che sembra la pecora nera della famiglia e sarà invece l’unica a dare un senso concreto alla parola amore.
Toccante e a tratti straziante, ma sempre dignitoso e mai strappalacrime, con una Julianne Moore strameritato Premio Oscar 2015 come migliore attrice protagonista.
Per la cronaca, Richard Glatzer, uno dei due registi, era affetto da sclerosi laterale amiotrofica e si è spento pochi mesi dopo la fine delle riprese.

E ora, a voi la parola! Ditemi la vostra…

Mariarita

Il Creasogni

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“C’è solo un’anima al mondo con cui è possibile trovare quella sintonia, con cui poter volare da una stella all’altra, inseguendo i propri sogni, senza cadere giù. E loro si erano trovati.”

Di Simone Toscano, 2015 edizioni Ultra

Il Creasogni è il romanzo d’esordio di Simone Toscano, affermato giornalista di Mediaset, uscito nelle librerie all’inizio della scorsa estate.

L’ambientazione del Creasogni trasporta il lettore in una dimensione completamente onirica e surreale. Nel paesino di Mangiatrecase  si muovono i colorati personaggi del romanzo che sono a volte buffi, a volte strambi, a volte misteriosi, a volte dolci e accorati. Un bel fritto misto.
Il SignorEttore dà da tempo una grossa mano al buon Morfeo, occupandosi in prima persona della creazione dei sogni per tutti gli abitanti del paese. Ho scoperto, mio malgrado, che creare un sogno non è proprio facile come si possa pensare. Bisogna avere molta esperienza e talvolta questa non è sufficiente, i sogni hanno bisogno di continue revisioni e riprese, qualche ingranaggio da oliare, qualche vite da stringere. Il SignorEttore però cerca di accontentare sempre le richieste di tutti, anche quelle pedanti e puntigliose della Signora Battistelli. Per farlo gode dell’aiuto di Catello, un bambinetto comparso dal nulla qualche anno prima e divenuto ormai, oltre che il suo ragazzo di bottega, anche il suo figlioccio.
Gli eventi porteranno sfortunatamente il SignorEttore ad abbandonare momentaneamente le sue mansioni per ritrovare Catello, svanito nel nulla dopo un pomeriggio al circo. Un lungo viaggio, quello del SignorEttore, durante il quale noi capiremo qualcosa di più di lui e del velo di nostalgia che ha oscurato i suoi occhi per lungo tempo.
La forza di credere che lui e Catello potranno riabbracciarsi spingerà il SignorEttore a non demordere…

Direi che questo romanzo può tranquillamente esser definito una fiaba per adulti. Si legge velocemente, la narrazione è fresca e scorrevole. Parte con le tinte chiare di una fiaba, con personaggi semplici e dinamiche serene, poi si colora di tutta una serie di significati che parlano agli adulti, non ai bambini: un bambino non ha bisogno di sentirsi raccontare quanto importante sia credere nei propri sogni, un bambino lo sa. Sono gli adulti i destinatari del messaggio di Toscano, quelli disillusi e disincantati, quelli ai quali è importante ricordare che i sentimenti positivi, come l’amore, l’unione, la condivisione salvano un pochino il mondo. O se non proprio il mondo, quanto meno salvano noi stessi.
Quindi il consiglio è quello di lasciarvi ispirare dal Creasogni, chissà che non stia preparando qualcosa anche per voi!

Anna

Carrellata natalizia

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È già da un po’ che, per mancanza di tempo, ho scelto di recensire solo i libri e non più i film, ma faccio volentieri un’eccezione per un breve commento sui film nelle sale in questo periodo natalizio.
Vado in ordine di visione (mia):

Woody Allen da un po’ di tempo azzecca un film su quattro, o anche meno. “Irrational man” non è il peggior film che ha diretto. Purtroppo per noi ha saputo fare ben di peggio (uno su tutti l’ignobile “To Rome with love”), però non è nemmeno uno degli “azzeccati”. E’ una sorta di raccontino morale, che scimmiotta “Match point” e che, come questo, si ispira dichiaratamente al romanzo “Delitto e Castigo”. Ma lo fa con ben altri esiti sia rispetto al capolavoro di Dostoevskij, sia rispetto al bellissimo film di dieci anni fa. È una storiella didascalica, un compitino diligente, che non trasmette alcuna emozione e risulta piuttosto noioso.

“Franny” è il peggiore che ho visto. Non solo a Natale, non solo in tutto il 2015, ma anche da parecchi anni a questa parte. Non credibile la storia, non credibile il protagonista. Richard Gere ha sempre la solita unica espressione a occhi socchiusi e sorrisetto sornione; non che una volta fosse un attore migliore di oggi, ma almeno era un gran figo, ora invece è invecchiato male e imbolsito, quindi non è nemmeno un buon pretesto per vedere il film. Diciamo che la pellicola ha trovato un pubblico solo per l’effetto-Natale; in qualsiasi altro periodo dell’anno nessuno sarebbe andata a vederla. Appena iniziato il film, si inizia subito a guardare l’orologio, e questo dice tutto.

L’orologio, invece, non l’ho guardato nemmeno una volta, nonostante la durata del film (circa due ore e mezza), per “Il ponte delle spie”. Steven Spielberg è uno serio, che sa lavorare e sforna prodotti spesso ottimi, a volte solo buoni, nel peggiore dei casi almeno dignitosi. Questo secondo me è più che buono. Tom Hanks è ottimo. Se non l’avete visto, andateci.

Se avete voglia di uscire con un sorriso, andate a vedere Checco Zalone. “Quo vado?” è un filmino semplice, dalla comicità facile, ma non greve. Non ha la volgarità dei cinepanettoni, che a me personalmente non fanno non dico ridere, ma nemmeno sorridere. Questo è simpatico, da vedere senza puzza sotto al naso, cioè senza pretendere di trovarci quello che non può offrire, ma se volete una serata disimpegnata, va benissimo.

E per finire “Perfect day” parla di quella tragedia della storia recente che è stata la guerra dei Balcani, ma lo fa con umorismo e leggerezza, pur senza nascondere niente dell’atrocità della guerra. Benicio del Toro e Tim Robbins sono convincenti e persino divertenti, in bilico tra impegno umanitario e cinismo, e guardano le miserie del mondo con gli occhi di chi ne ha già viste di tutti i colori. Il messaggio che ne deriva è, nonostante tutto, di sottile speranza. Un film dal registro insolito, che merita una visione.

Mariarita