Julieta – In fuga

downloaddownload (1)

Pedro Almodòvar è un regista che a volte mi piace, a volte no. Questa è una volta sì, assolutamente sì. “Julieta” è il suo ultimo film ed è piaciuto così tanto sia a me che all’amica che era con me, che l’abbiamo visto due volte. Ed è stata proprio la mia amica a farmi notare che, quando il film è finito, per alcuni minuti nessuno si è alzato: sarà per il coinvolgimento che crea, sarà per il finale che non ti aspetti, ma tutti siamo rimasti lì incollati senza fiatare e senza fare atto di alzarci dalla poltrona.
È la storia di una madre, Julieta, la cui figlia Antìa è andata via di casa dodici anni prima, quando era appena diciottenne, senza più fare ritorno. Ora la donna, nel tentativo di elaborare il proprio lutto, scrive alla figlia assente una lunghissima lettera-diario, in cui tira le fila della propria vita, da quando conobbe il padre della ragazza, fino ad oggi che ha un compagno al quale non ha mai raccontato della sua esistenza.
Le immagini del presente di intrecciano a lunghi flash back. Julieta ragazza e poi donna matura è interpretata da due attrici, Adriana Ugarte ed Emma Suàrez, entrambe incredibilmente brave nel restituire ogni emozione e ogni palpito. Bellissima e poetica la scena in cui Antìa adolescente si prede cura della madre depressa (non vi racconto il motivo per non svelare troppo), soccorrendola nella vasca da bagno e asciugandola con un ampio telo con cui le strofina a lungo la testa. Quando solleva l’asciugamano scoprendo il viso della madre, si vede che questo non è più quello di Adriana Ugarte che la interpreta da giovane, ma quello di Emma Suàrez, come se il dolore avesse provocato la repentina metamorfosi facendo di colpo invecchiare la donna.
I colori, come spesso in Almodòvar, sono significativi e non casuali, a cominciare dal rosso acceso e fluttuante della camicia di Julieta, che occupa la scienza iniziale: è il rosso dell’amore e del dolore, il rosso di un cuore che sanguina.
Doloroso e indimenticabile, soprattutto se avete una figlia. Se non l’avete visto, recuperatelo.

“Julieta” è tratto da tre racconti della scrittrice canadese, Premio Nobel per la Letteratura, Alice Munro, contenuti nella sua raccolta “In fuga”, pubblicata nel 2004.
I racconti sono “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio”, che sono concatenati l’uno all’altro e hanno tutti e tre la stessa protagonista, Juliet. I racconti non sono emozionanti come il film e il finale è diverso: molto più struggente e significativo quello di Almodòvar.
Ho scoperto da poco la Munro, e questa è la seconda raccolta di racconti che leggo di lei. Le tematiche sono sempre simili: il microcosmo familiare e il filo della memoria. Interessanti anche questi, ma non li ho apprezzati quanto quelli della raccolta “Nemico, amico, amante…”, che mi sono sembrati straordinariamente poetici (https://langolorecensioni.wordpress.com/2016/05/16/nemico-amico-amante/).

Mariarita

La minaccia

download

di Anne Holt, 2015.

Ecco un’altra giallista scandinava.
Insieme ai già noti Stieg Larsson (autore della la strafamosa trilogia di Millennium), Henning Mankell (la serie del commissario Wallander, che è diventata anche una serie televisiva), Åsa Larsson (la serie con l’avvocato Rebecka Martinsson e l’ispettrice di polizia Anna-Maria Mella, che si divide tra il lavoro e i suoi quattro figli), Jo Nesbø (la serie di Harry Hole), c’è anche Anne Holt, con la sua serie incentrata sulla ispettrice Hanne Wilhelmsen.
Anne Holt è un avvocato, giornalista e anchor woman norvegese, che è stata anche Ministro della Giustizia tra il 1996 e il 1997; vive a Oslo con la compagna e la figlia.
“La minaccia” è l’ultimo della serie e il primo che io leggo. Non è quello che si dovrebbe fare, bisognerebbe cominciare dall’inizio, perché i personaggi acquistano spessore nel divenire, ma tant’è. Qui Hanne Wilhelmsen è costretta ormai da anni sulla sedia a rotelle, con la spina dorsale distrutta dalle ferite riportate in un conflitto a fuoco. Ha lasciato la polizia, vive nel suo volontario esilio, senza mai uscire di casa, insieme alla compagna Nefis e alla loro bambina Ida. Va da lei Billy T., un vecchio collega distrutto sia dai sensi di colpa per l’incidente di Hanne che dai fardelli della sua vita incasinata. Ha bisogno di Hanne perché lo aiuti a scoprire se il figlio Linus è coinvolto nell’attentato compiuto nei locali del Consiglio islamico di Oslo, che è solo il primo di una serie di attentati (di matrice islamica o anti-islamica?) che si verificano nell’arco di poche settimane a Oslo.
Parallelamente anche un poliziotto giovane e strano, Henrik Holme, è incaricato di rivolgersi ad Hanne per risolvere un “cold case”, un vecchio caso di sparizione di una ragazza diciassettenne, avvenuto diciotto anni prima.
Hanne Wilhelmsen è un personaggio forte e carismatico. Era la migliore in polizia e ancora ora che non esce quasi più di casa, ha mantenuto viva la sua capacità investigativa e deduttiva; il suo contributo sarà determinante per venire a capo delle responsabilità sia in ordine agli attentati, sia in ordine al vecchio caso della ragazzina.
I gialli scandinavi hanno alcuni tratti comuni: sono in genere ben costruiti, deprimenti e verbosi. Anche questo non fa eccezione, pur essendo un po’ meno deprimente di altri, ma in compenso assai verboso. I temi affrontati sono molti: la difficile convivenza tra europei e islamici, le ragioni degli uni e degli altri (analizzate con uno sforzo di obiettività), gli integralismi di ogni matrice, l’omosessualità, le ferite della vita. Le descrizioni sono molto vive, in alcuni casi anche gustose (il buffo personaggio di Henrik Holme è ben tratteggiato), ma uno stile un po’ più asciutto avrebbe giovato.
Forse riprenderò la serie dall’inizio per vedere come i personaggi nascono e si evolvono. Comunque la scrittrice va tenuta presente.

Mariarita

L’ipotetica assenza delle ombre

L'ipotetica assenza delle ombre

Di Massimo Padua, Fernandel 2015

Marco, giovane scrittore in piena crisi creativa, riceve in lascito una casa da un uomo misterioso, il vecchio signor Newman. Ben presto questa donazione si rivelerà uno scrigno di confessioni celate per anni. Infatti in tutte le stanze compaiono dei ritratti appesi alle pareti, volti inquietanti che sembrano voler comunicare con il nuovo proprietario. Ma che cosa lega la vita di Marco a quella del signor Newman? E perchè la casa era destinata proprio a lui? Insieme alla bella e malinconica Bea, Marco porterà lentamente a galla una verità inaspettata, fino a scoprire l’ultimo, terribile segreto.

Questo libro mi è stato donato da uno sconosciuto tramite una catena sui social. Ah, la straordinaria potenza della tecnologia che, nonostante i suoi innumerevoli risvolti negativi, è anche però in grado di creare connessioni che altrimenti non sarebbero mai esistite. Come quella tra me e chi mi ha mandato questo libro. Quanto si può capire di una persona dal libro che sceglie per essere donato a uno sconosciuto? Forse non molto. Però penso a me, quando a mia volta ho spedito il mio di libro. Ecco io ho spedito quello che ritengo essere il mio romanzo preferito, di uno degli autori che leggo costantemente e sempre con piacere. E mi piace pensare che la mia scelta racconti un po’ di me.

L’ipotetica assenza delle ombre è un bel thriller italiano. Già l’idea di un thriller italiano può suscitare un’alzata di sopracciglio. Se pensiamo ai grandi thriller i nomi che ci vengono in mente sono per lo più stranieri. Bhè, Massimo Padua riesce a costruire un trama coinvolgente, non scontata, misteriosa che ti invoglia a proseguire la lettura fino al gran finale. Le atmosfere che questo romanzo ha creato nella mia mente assomigliano a quelle del film La migliore offerta di Tornatore. Lo avete visto? Se non lo avete visto vale la pena recuperarlo.
La scrittura è pulita, semplice, uno strumento al fine della narrazione dei fatti. I personaggi sono pochi ma ben delineati. Un lavoro chiaro e dritto al punto.

Il libro ve lo consiglio vivamente.

Anna

Clicca qui per acquistare il libro su Amazon.