Purity

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di Jonathan Franzen, 2015.

“Anche alcuni suoi amici di Oakland avevano genitori problematici, ma riuscivano comunque a parlarci tutti i giorni senza eccessive manifestazioni di stranezza, perché persino i più problematici avevano risorse che non si limitavano al loro unico discendente. Nel mondo di sua madre, invece, esisteva solo Pip.”

Purity Tyler, detta Pip, è una ragazza che vive in una comune di squatter a Oakland, California. Ha un debito universitario di 130.000 dollari che non riuscirà mai a ripagare, e intanto lavora presso un call center, si innamora degli uomini sbagliati e cerca qualche appiglio nella sua vita incasinata.
Sua madre l’ha cresciuta isolandola dal mondo, colmandola di amore esclusivo, impartendole principi morali assoluti, senza il minimo pragmatismo. È una donna che ha cambiato identità fuggendo dal proprio passato, in lotta contro il mondo e contro ogni, anche banale, compromesso della vita; eppure fragile, emotivamente disadattata, bambina della sua stessa figlia, alla quale non vuole rivelare il nome del padre, e nemmeno la data del proprio compleanno.
Annagret è una punk che vive nella stessa comune di Pip e che la indirizza da Andreas Wolf, un tedesco fondatore del “Sunlight Project”, organizzazione internazionale che ha lo scopo di divulgare illegalmente via rete le informazioni di cui il “sistema” vuole tenere all’oscuro i cittadini di tutto il mondo.
Tom e Leila sono giornalisti importanti che si trovano nella circostanza di ospitare Pip per qualche tempo, svolgendo nei suoi confronti un ruolo quasi genitoriale.
Per la prima metà del libro, le storie dei personaggi e del passato di ciascuno di essi avanzano parallele e senza connessione tra loro, suscitando più di un interrogativo nel lettore. Procedendo si intrecciano, un po’ alla volta si ricompongono, e identità e misteri vengono svelati.
“Purity” mi è stato vivamente consigliato da un’amica estimatrice degli scrittori statunitensi e ogni commento che ho letto su questo libro è estremamente celebrativo.
Personalmente, però, non posso manifestare lo stesso entusiasmo della mia amica e dei vari recensori. Per buona parte del libro ho arrancato alla ricerca di un senso a quello che stavo leggendo. Solo quando il puzzle ha iniziato a lasciare intravvedere il disegno finale, sono riuscita non dico ad appassionarmi, questo sarebbe troppo, ma almeno a interessarmi.
Ma mi sembra un po’ pochino per esprimerne un giudizio positivo. I personaggi, quasi tutti negativi o, nella migliore delle ipotesi, quantomeno problematici, non mi hanno consentito l’identificazione con nessuno di essi, e questo è senz’altro uno dei motivi per cui non sono riuscita a farmi coinvolgere.
Invece – questo glielo devo – onore al merito di Franzen per lo stile di scrittura, limpido e vivido come raramente si incontra.

Mariarita

Le ragazze

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“A quell’età, il desiderio era spesso un atto di volontà.
Uno sforzo tremendo per smussare gli spigoli più duri e deludenti dei ragazzi dandogli la forma di persone che potevamo amare. Parlavamo del nostro bisogno disperato di loro con parole trite e familiari, come se stessimo leggendo le battute di un copione teatrale. A distanza di anni avrei capito questo: quant’era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali in tutto l’universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri.”

Di Emma Cline, 2016 Einaudi

Dopo aver chiuso l’ultima pagina di questo romanzo vi servirà, come è servito a me, un momento per metterlo a fuoco, per digerire quello che avrete appena letto e per non farvi schiacciare da esso.
Il peso che questo libro porta con se è senza dubbio notevole.

Le ragazze, romanzo d’esordio di una giovanissima autrice californiana, è liberamente ispirato a tragici e arcinoti fatti di cronaca del finire degli anni 60: era il nove agosto 1969 e gli accadimenti di quella notte ad opera della famiglia Manson sono noti ai più.

C’è un leader anche in questo libro: si chiama Russel, è un carismatico oratore (oltre che gran farabutto e mancata rockstar), che raduna attorno a sé ragazzi e soprattutto ragazze alla deriva. Dietro la promessa di una nuova vita, libera dall’egoismo e dalla schiavitù della ricchezza, si cela in realtà solo il più totale degrado e sfacelo della natura umana. Le ragazze vivono attorno a questo fantomatico guru, accampate allo stato brado, in una continua trance da stordimento per lo smodato uso di droghe, per la promiscuità e l’assenza di una qualsiasi regola di vita, se non quella di assoggettarsi a Russel e al suo volere.
Evie Boyde, benestante quattordicenne in pieno travaglio emotivo, figlia di genitori appena separati e piuttosto presi dalle loro reciproche esistenze, in cerca di attenzione e, soprattutto, di legittimazione, incontra le ragazze un giorno al parco. Le devono sembrare così forti e libere viste da lontano. Così quando una di loro, Suzanne, le si avvicina, le sembra l’occasione per fare qualcosa, per essere qualcuno di diverso.

Quello che fa Emma Cline è mettere a fuoco le dinamiche relazionali delle ragazze, spostando l’attenzione su di loro piuttosto che sul loro guru, raccontando quello che per Evie era senza dubbio una qualche forma di amore nei confronti di Suzanne.

I personaggi sono tratteggiati magistralmente: di Evie si percepisce tutta l’insicurezza, la finta spavalderia. Mentre leggi avresti proprio il desiderio di poterla salvare, mentre lei cerca disperatamente di affermare che esiste andando sempre un po’ oltre se stessa, snaturandosi ogni volta un po’ di più. Suzanne rappresenta un po’ il male che, accattivante e guardingo, ha saputo sedurre Evie fin da subito. Suzanne l’enigmatica. Suzanne la sottomessa. Suzanne e i suoi mille volti.
Le scene sono molto forti, spietate: l’autrice non ha certo cercato di indorare la pillola.
E’ stato uno dei casi editoriali dell’anno appena trascorso: è senza dubbio un libro scritto con grande maestria (talmente tanto che la sua autrice è stata criticata per la troppa perfezione), che ti tiene incollato fino all’ultima pagina e ti colpisce dritto alla pancia.
Sicuramente raggiunge il suo scopo, ma posso dire che mi è piaciuto se ho ancora il mal di stomaco?

Consigliato si, ma bisogna essere pronti a sapere che non si ha per le mani un libro facile, che non leggerete un romanzo che vi farà bene all’animo perché questo vi lascerà senza dubbio un po’ più cupi di come lo avrete cominciato.

Anna

The young pope

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Sono a letto con l’influenza e, per ammazzare il tempo che non passa mai, ho guardato, una dopo l’altra, le dieci puntate di “The young pope”, ideato e diretto da Paolo Sorrentino e trasmesso qualche mese fa su Sky.
È la storia dell’ascesa al soglio pontificio di un immaginario giovane e bellissimo cardinale americano – Jude Law, ieratico e di inquietante perfetta bellezza – che diventa papa col nome di Pio XIII.
Papa Pio XIII è stato un piccolo orfano, abbandonato da bambino dai genitori hippies e allevato, insieme ad un altro orfanello, da Suor Mary (Diane Keaton), che ora viene chiamata a ricoprire il ruolo di segretario. Suo “fratello” di adozione è diventato anch’egli cardinale.
Intorno ruota la corte papale, fatta di machiavellici e ambigui personaggi, tra i quali spicca il cardinale Angelo Voiello, interpretato da un magistrale Silvio Orlando.
Il papa stesso è assai ambiguo: personaggio geniale, controverso, retrogrado, tradizionalista, presuntuoso, apparentemente insensibile, nasconde in realtà un’anima fragile e addolorata e non ha mai smesso di cercare i genitori che l’hanno abbandonato tanti anni prima. Si sente un orfano per sempre, “perché i preti, non diventando mai padri, restano per sempre figli”.
Il prodotto è un tipico Sorrentino-style, del genere “La grande bellezza”: meravigliose immagini, fotografia impeccabile, musiche strepitose di Lele Marchitelli, lunghi silenzi, atmosfere oniriche. E fin qui ho detto la parte positiva.
Poi ci sono i dialoghi, e qui vi voglio. Massime di vita o aforismi da Facebook? Profondità di pensiero o parole senza senso? Insomma: genialata o boiata pazzesca? A parte qualche spunto di riflessione interessante, io propendo per la seconda. Penso che Sorrentino sia ampiamente sopravvalutato e, forte del suo Oscar, si stia divertendo a giocare all’autore inaccessibile. Voi cosa ne pensate?

Mariarita

Collateral Beauty

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Regia di David Frankel, 2016

Howard Intel (Will Smith) è un lanciato pubblicitario newyorkese che disgraziatamente perde la figlioletta in tenerissima età. Questo tragico accadimento sconvolge, come è naturale che sia, la sua vita. Tutto perde di importanza e Howard si trascina all’interno dei sui giorni, privo di qualsiasi interesse, slancio o scopo.
I suoi amici e colleghi, With (Edward Norton), Claire (Kate Winlest) e Simon (Michael Pena) cercano un modo per aiutare Howard ad elaborare il suo lutto. In prima battuta il loro interesse appare molto meno che nobile, preoccupati più per le sorti dell’agenzia pubblicitaria che per la salute di Howard.
Ingaggiano tre teatranti, incontranti nei polverosi magazzini newyorkesi, affinché impersonifichino per Howard la Morte, il Tempo e l’Amore: le tre astrazioni con le quali ha un conto aperto, delle domande che ancora aspettano una risposta.

Desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte. 

Questa è la premessa del film ma a volte la vita ci fa dimenticare che l’amore è l’obiettivo finale; chi non vorrebbe avere più tempo, ma la domanda è quanto sfruttiamo quello che già abbiamo che è tanto?
Dunque Hellen Mirren, Keira Knightley e Jacob Latimore, facendo visite dickensiane al protagonista,  rappresentano per lui le risposte, gli input dei quali ha inconsapevolmente bisogno, quella scossa che gli serve per comprendere che la vita non è finita, nonostante tutto. Bisogna cogliere la bellezza collaterale, appunto.
Ho letto che il titolo del film necessita di essere spiegato, che non è ben chiaro il messaggio. Bhè, non mi trovo per niente d’accordo, per me è cristallino. La bellezza collaterale è la vita che RICOMINCIA anche domani, nonostante tu abbia deciso di fermarti. E’ il sole che filtra dalle persiane al mattino, la risate, il profumo del caffè, tutti quei momenti di piccola gioia quotidiana che non sempre sei nello stato d’animo giusto per cogliere. Ma l’importante è che ci siano, sempre e nonostante. La vita è li, pronta per essere ricominciata a vivere nella sua infinità beltà.

Il cast del film è stellare, la nota è malinconica e dolce. Nonostante il dramma centrale attorno al quale il film è costruito, ci sono momenti di delicata comicità nei quali ti ritrovi a sorridere e mi pare proprio che l’equilibrio raggiunto tra la disperazione e l’ilarità rappresenti bene il messaggio che si vuole evocare: c’è speranza di tornare a sorridere sempre.
Il film mi è piaciuto: Will Smith si conferma a mio parere uno dei più forti in circolazione, molto versatile nell’interpretare i ruoli più disparati e, diciamolo pure, un gran fico.
Poi ci sono Edward Norton, gradito ritorno (era da un po’ che non mi capitava di vederlo), Kate Winlest, sempre molto brava – e tra l’altro se paragonata con la Kate di Titanic è proprio vero che invecchiando si migliora! – e Keira Knightely che invece questa volta ho trovato un po’ sottotono, insipidina. Ecco forse questi tre non trovano il giusto spazio nella pellicola, invece spicca moltissimo la grande Hellen Mirren che interpreta la Morte con saggezza.

Andate a vederlo.

Anna

 

Mi apro alla chiusura

Jpeg

Grazie Harry per la stupenda avventura appena vissuta.

Non ho molto da dire sui sette libri che ho appena finito di leggere, se non che sono meravigliosi. Non ne avevo mai voluto sapere, ferma nelle mie convinzioni che Harry Potter non facesse per me.
Poi lo scorso anno, quello che per me è stato uno degli anni più importanti, quello delle avventure più strabilianti, ho pensato che la saga potesse trovare la sua corretta collocazione nel mio tempo.
Vi lascio qualche foto direttamente dagli Universal Studios di Los Angeles. Una delle prime tappe del nostro viaggio di nozze (abbiamo fatto una tour della Costa Ovest degli Stati Uniti che definirei spettacolare) sono stati, appunto, gli Studios. La loro bellezza non rende sufficientemente in foto, vi posso garantire che dal vivo è tutto ancora meglio. Il villaggio di Hogsmade ci ha tenuti impegnati per una mattina intera, poi ci siamo resi conto che non sarebbe stato male dare un’occhiatina anche al resto.

A chi di voi ha letto i libri non devo raccontare nulla, sicuramente conoscete perfettamente l’avidità con la quale si divorano le pagine, in un crescendo di intensità e di sentimenti. A quelli invece che sono titubanti come lo ero io vorrei dire di buttarvi e lasciarvi coinvolgere da questo magico mondo. Non è una lettura per ragazzi o meglio, non è esclusivamente una lettura per ragazzi. Io li ho apprezzati davvero, profondamente.
E, come tutte le cose che ti entrano nel cuore, mi resta adesso un po’ di nostalgia.  Mi porto dietro tutti gli splendidi personaggi del libro e i loro saggi insegnamenti.

Jpeg

E adesso andiamo davvero a cominciare questo nuovo anno con tante letture già in programma:

  • Le ragazze di Emma Cline: dopo averlo visto nella top 3 dei libri letti nel 2016 di praticamente chiunque, l’ho inserito nella wish list natalizia e Babbo Natale mi ha accontentata. L’ho appena cominciato. Vi farò sapere.
  • Un giorno di David Nicholls: è una delle rare occasioni in cui dopo aver visto il film (che mi è piaciuto moltissimo) mi viene voglia di buttarmi sulla carta stampata. Solitamente il processo è inverso. Sono sicurissima che il libro non tradirà le mie aspettative.
  • Il libro di Baltimore di Joel Dicker: dopo il caso letterario Harry Quebert per Dicker questo è il vero banco di prova. Mi avvicinerò con qualche riserva, non lo nego. Harry Quebert mi è piaciuto moltissimo, ma c’è sempre il dubbio che possa essere stata l’idea di un unico grande libro. Il difficile è poi mantenere il livello, un po’ poi come per le Origini del male, no?
  • Un po’ di follia in primavera di Alessia Gazzola: ultimo della serie de L’allieva, oramai anche famoso telefilm. I libri mi sono piaciuti tutti, leggeri e spensierati come l’estate.

Questi i primi titoli del 2017 già sul comodino pronti per la lettura. I vostri quali sono?
Vi auguro un anno pieno, brulicante di stimoli, di ricchezza di sentimenti e vi auguro che i vostri occhi si riempiano di tanta meraviglia.

A presto.

Anna

Breve carrellata natalizia dei film nelle sale

Visto che per mancanza di tempo mia cognata e mia madre non riescono a pubblicare le recensioni con la frequenza degli inizi, ho pensato di dare, per quel che posso, il mio contributo.
Sulla falsariga dell’articolo di mia madre (https://langolorecensioni.wordpress.com/2016/01/03/carrellata-natalizia/) ho pensato di fare anche io una “carrellata natalizia” di film, in ordine di visione (mia):

Iniziamo col piede giusto: Sully racconta il fortunato ammarraggio d’emergenza di un aereo sul fiume Hudson, ad opera del comandante Chesley Sullenberger, interpretato da Tom Hanks. Sicuramente un film non facile da fare, poiché, raccontando di fatti realmente successi e ben noti, se ne conoscono già dinamiche e finale; ma Clint Eastwood è un maestro nel portare gli eroi sul grande schermo e Sully lascia col fiato sospeso fino alla fine.

Captain Fantastic è sicuramente un film che fa riflettere; per me non è stato facile darne un giudizio “a caldo“, e nei giorni successivi è stato protagonista di qualche discussione familiare. Racconta della famiglia Cash: madre, padre e sei figli che da anni vivono nei boschi, lontano dalla civiltà, cacciando e coltivando e studiando a casa. Questo perfetto equilibrio viene rotto quando la madre, affetta da disturbo bipolare e per questo ricoverata lontano da casa, si suicida e Ben (Viggo Mortensen) e i suoi sei figli decidono di intraprendere un lungo viaggio a bordo di uno scuolabus sgangherato battezzato “Steve” per andare al funerale organizzato dai genitori della donna nella loro città. I figli, che hanno ricevuto dai genitori un’istruzione ed educazione rigorose e ricche (parlano sei lingue, suonano svariati strumenti, sono ferratissimi in letteratura e storia), si ritrovano per la prima volta a fare i conti con la società moderna, fatta di sprechi e materialismo ai quali non sono abituati, che li considera dei disadattati.

Anche Lion racconta di una storia vera, quella di Saroo (Dev Patel, già visto in “The millionaire”). All’età di 5 anni il piccolo Saroo si ritrova casualmente su un treno che lo porta fino a Calcutta, a 1600 chilometri da casa sua. Non riuscendo a trovare la madre, le autorità decidono di darlo in adozione a una coppia australiana (Nicole Kidman e David Whenam). Ma 20 anni dopo, desideroso di riabbracciare la sua madre biologica e di farle sapere che è ancora vivo, comincia ad analizzare con Google Earth tutte le stazioni dell’India fino a trovare quella giusta. Un film commovente, c’è poco da dire, una bella storia, un lieto fine: tutti ingredienti vincenti. L’unica cosa che mi lascia perplessa è come mai la produzione sia stata tanto attenta a rappresentare tutti i personaggi di contorno nel modo più simile possibile ai soggetti reali che compaiono nei titoli di coda (Nicole Kidman indossa una parrucca rossa) nonostante non ce ne fosse bisogno ai fini della riuscita del film, mentre Dev Patel non assomiglia nemmeno lontanamente al vero Saroo.

In una parola, Florence è insulso. Tratto anche questo da una storia vera, Florence Foster Jenkins (Meryl Streep) è una ricca signora dell’alta società Americana con la passione per il canto che, nonostante non sia affatto dotata, si esibisce insieme al marito attore, St. Clair Bayfield (Hugh Grant), in un piccolo teatro di loro proprietà. Grazie a dinamiche che nel film non sono del tutto chiare, su di lei i critici musicali spendono solo ottime parole, così come fanno tutti i suoi amici “da salotto” che presenziano ai suoi spettacoli. Ma Florence ha un sogno, quello di cantare alla Carnegie Hall: con l’aiuto di un emergente pianista (Simon Helberg) e del marito, nel 1944 Florence riesce ad esibirsi nel maestoso teatro, davanti a 3000 persone; nonostante i numerosi fischi da parte del pubblico, lo spettacolo è comunque un successo (!?). Inutile dire che il film “fa acqua” da tutte le parti e sono uscita dal cinema con più domande che risposte: come mai tutti ne elogiano le doti, nonostante Florence sia stonata come un campana? Perché con il denaro si possono comprare critiche positive e amicizie, forse? Che insegnamento vorrebbe dare il film, che con la passione arrivi anche dove non riesci col talento? Boh.

E per finire Il medico di campagna: tipico stile francese, un po’ lento. Jean-Pierre (François Cluzet, già visto in “Quasi Amici”) è un medico della campagna bretone che, dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore ai polmoni, viene affiancato nel suo lavoro da un’ex infermiera che ha deciso di prendere la laurea in medicina. Jean-Pierre è un medico che può esistere solo nei film – sempre disponibile, incredibilmente umano, operoso, infaticabile… – e la trama è sotto tanti punti di vista molto inverosimile e nello stesso tempo anche molto scontata – già dal primo sguardo tra il medico e la neo-laureata si capisce come andrà a finire – ma rimane comunque un film piacevole, a patto di non avere alcuna pretesa di verosimiglianza.

Eleonora