La masseria delle allodole

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di Antonia Arslan, 2004.

“Un singolo morto era prima un essere che respirava, era vivo, e la sua spoglia è un cadavere che può essere onorato: centomila morti sono un mucchio di carne in putrefazione, un cumulo di letame, più nulla del nulla, un’immonda realtà negativa di cui disfarsi”

Non sapevo quasi nulla del genocidio degli Armeni, perpetrato dai Turchi tra il 1915 e il 1916, che causò un milione e mezzo di morti. Ho preso maggiormente coscienza di questo orrore storico attraverso il bel romanzo di Antonia Arslan, padovana di origine armena, classe 1938, che narra la storia della famiglia di suo nonno a Costantinopoli. Dal romanzo, i fratelli Taviani hanno tratto nel 2007 l’omonimo film.
Lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti, purtroppo, non ha nulla di originale. La storia si ripete tristemente. Ed è amaro constatare come dello sterminio armeno si parli tanto poco, e tanto poco si sappia. Questo popolo stanziato in Anatolia, di religione cristiana e per questo considerato infedele dai Turchi islamici, è stato oggetto di uccisioni, torture, deportazioni, impiccagioni, saccheggi e violenze di ogni genere.
Ho letto che per alcuni non sarebbe esistito nei confronti degli armeni un vero e proprio progetto politico di sterminio da parte dell’impero turco, quasi a voler sminuire la portata di questa tragedia rispetto a quella degli ebrei. Non ho elementi per confermare o per negare, anche se mi sembra che un genocidio di quelle proporzioni non possa avvenire per caso. Ma comunque la ritengo una disquisizione odiosa, come se l’eventuale assenza di un progetto preciso potesse rendere quel milione e mezzo di uomini, donne e bambini meno degno di essere onorato.
“La masseria delle allodole” racconta fatti raccapriccianti con un linguaggio poetico e quasi fantastico. Non indulge, come avrebbe facilmente potuto, nel descrivere violenze e torture, eppure non tace nulla.
Se non lo avete letto, recuperatelo. È un omaggio doveroso a un popolo dimenticato.

Mariarita

 

Le tre del mattino

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di Gianrico Carofiglio, 2017.

” – Si è fatto tardo molto presto – .
Ridacchiai, ma non avevo l’età per capire appieno la micidiale esattezza e la verità di quella breve frase”

Giugno 1983. Antonio ha quasi 18 anni, è figlio di genitori separati da quando era bambino e suo padre per lui è un estraneo, e viceversa.
Ha sofferto di una forma di epilessia curata da un medico di Marsiglia, e ora che è finito l’anno scolastico suo padre deve accompagnarlo là per un controllo. Forse l’ultimo, dato che la malattia sembra praticamente superata.
La madre non può andare con loro e Antonio parte controvoglia. Non ha nessun desiderio di sottoporsi nuovamente a esami clinici, né di affrontare un viaggio insieme ad un padre col quale non ha alcuna confidenza.
Gli esami prescritti vanno bene e ci sono tutti i presupposti per considerare il ragazzo guarito. Però, per essersene certo e chiudere definitivamente con le cure, il medico decide di sottoporre Antonio a una “prova di scatenamento”, metodo ora vietato dalla deontologia medica, ma all’epoca – così sembra – ancora usato per questo genere di malattie: il paziente non deve dormire per due giorni e due notti, conducendo vita normale, anche intensa se vuole, e assumendo farmaci per stare sveglio, allo scopo di stressare al massimo il fisico e “provocare”, in un certo senso, la crisi epilettica. Se nemmeno in quelle condizioni la crisi si manifesta, significa allora che la guarigione è conclamata.
Per agevolare il figlio, il padre decide di tenergli compagnia in questi due giorni e due notti insonni. I due passano il tempo visitando Marsiglia, frequentando spiagge, caffè, jam session di musica jazz, persino una festa. Soprattutto, però, si scoprono l’un l’altro e imparano a comunicare tra loro.
C’è qualcosa di ipnotico per me nella scrittura di Carofiglio, qualcosa che mi cattura dalla prima riga e non mi molla più. Amo il suo stile sobrio, semplice e profondo insieme, nitido, efficace.
In questo caso lo stile consueto è applicato ad una storia che, insolita nelle premesse e forse nel contesto ambientale, è però un po’ scontata nello svolgimento. Quella di un padre e un figlio dapprima estranei tra loro che, costretti dalle circostanze ad una convivenza forzata, imparano a conoscersi, be’, diciamo che non è una trama che brilla per originalità.
Il rapporto padre-figlio rappresentato non consente una facile immedesimazione. Il padre è una persona estremamente colta e intellettuale, un matematico, professore universitario, appassionato di letteratura, esperto di musica, conoscitore delle lingue. Non molti, credo, nella vita vera hanno, o hanno avuto, un genitore così e hanno potuto condividere con lui conversazioni ricercate.
Diciamolo, non è il miglior romanzo di Carofiglio, ma è pur sempre Carofiglio. Anche quando non eccelle, sforna comunque prodotti più che decorosi.

Mariarita