Sette minuti dopo la mezzanotte

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Di Patrick Ness e Siobhan Dowd, 2011 Mondadori

“Si è giovani una volta sola, dicono, ma non dura tantissimo? Più anni di quanti non se ne possano sopportare.” Hilary Mantel

Già dalla breve nota iniziale degli autori si comprende che questo libro vi donerà un corposo lascito. Non fatevi ingannare dalla sua classificazione come romanzo per ragazzi, parla a noi adulti in una maniera così forte e diretta che difficilmente ho incontrato prima. Parla di sentimenti scomodi, complicati e taciuti e ne parla in maniera gentile, ma anche in modo del tutto franco, senza fronzoli o abbellimenti.

Siobhan Dowd, acclamata autrice inglese per ragazzi, muore prematuramente all’età di quarantanove anni, portata via da un cancro. Patrick Ness porta qui a compimento quello che sarebbe stato il quinto lavoro di Siobhan, del quale l’autrice aveva già buttato giù l’inizio e l’idea generale.

Il titolo inglese, A Monster Calls, riassume bene la vicenda.

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Un mostro dall’aspetto spaventoso ma dai toni cordiali farà spesso visita a Conor, il nostro giovane protagonista. Cercherà di traghettarlo verso l’accettazione della morte della madre, che sfortunatamente avverrà da li a breve, ma, cosa ancora più importante, Conor dovrà imparare ad accettare se stesso. Non voglio dirvi di più perché è un insegnamento che ciascuno di noi deve avere il piacere, ma anche la forza, di leggere e accogliere con i propri occhi.
Imparare a perdonare noi stessi, noi fragili e imperfetti.

Che grande libro.

Non so cosa dire, mi mancano le parole ancora una volta di fronte alla grandezza dell’eredità che mi porto via dopo Sette minuti dopo la mezzanotte.
Vi chiedo, se potete, di leggerlo. Lo stile è semplice, realmente una scrittura per ragazzi che non si perde in inutili virtuosismi ma va avanti pulita fino al cuore.
Il libro è illustrato da Jim Kay che ha prodotto una resa azzeccatissima.

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Una menzione di merito sempre per AccioBooks, magico luogo dove questo libro è entrato nella mia orbita.

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Anna

Mi chiamo Lucy Barton

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di Elizabeth Strout, 2016.

“Quello della solitudine era il primo sapore che avevo assaggiato nella vita e non se ne andava più, nascosto nelle pieghe della bocca, a ricordarmi”

La copertina sgargiante potrebbe far pensare a un romanzetto della Sperling & Kupfer. Invece è un bel libro non banale che, con stile sobrio e pudico, parla della memoria e dei legami familiari.
Siamo a New York a metà degli Anni ’80 del Novecento. Lucy Barton è una giovane donna ricoverata in ospedale per una lunga degenza. Un giorno, a sorpresa, si presenta al suo capezzale la madre, chiamata dal marito della giovane perché le tenga compagnia in questo difficile periodo in cui lui è alle prese con il ménage domestico e la cura delle due bambine piccole.
Madre e figlia non si vedono da anni, da quando la seconda ha lasciato il piccolo paese di origine per il college, e poi per New York, dove si è sposata e ha iniziato a muovere i primi passi di scrittrice. La madre resta accanto a Lucy per cinque giorni e cinque notti, senza quasi dormire, e in questi giorni madre e figlia scoprono, o riscoprono, di amarsi. Ma il loro linguaggio non prevede manifestazioni di affetto di alcun genere, né verbale né gestuale. Con impaccio cercano di stabilire un contatto, ma sono costrette continuamente a deviare parlando del più e del meno, perché l’intimità è troppo imbarazzante.
Attraverso il faticoso dialogo con la madre, Lucy ricorda la sua famiglia di origine: il padre iracondo e insensibile, il fratello che dorme accanto ai maiali, la sorella povera di spirito, la madre totalmente anaffettiva. Troppi episodi dolorosi le tornando alla mente, come quando il padre la teneva tutto il giorno chiusa in un furgone, da sola, mentre i genitori erano al lavoro e i fratelli a scuola. O quando umiliava il figlio, che aveva tendenze femminee. Nessuno ha insegnato a Lucy il linguaggio della tenerezza, ma solo a fare i conti con la solitudine e l’esclusione. Eppure, tra i suoi ricordi affiorano anche piccolissimi episodi, privi di senso per chiunque, che lei però riconduce a un significato di protezione, forse persino di amore. E questi minimi e rari gesti sono quelli che l’hanno salvata dalla distruzione, che l’hanno resa un’adulta capace di amore verso le sue bambine, suo marito e verso tante altre persone che incrocia lungo la vita.
Il tema del genitore e del figlio che sono costretti a passare un po’ di tempo insieme e imparano così a conoscersi e ad appianare le loro divergenze, è assai abusato (vedi ad esempio “Le tre del mattino”, di Carofiglio qui). Ma qui il libro non si conclude come ci si aspetta, e in questo senso non è scontato.
Lo stile è minimalista, brusco, penetrante. Il filo dei ricordi rimbalza continuamente tra il tempo dell’infanzia, l’età matura, la giovinezza, il passato remoto e quello prossimo, per tornare al presente. Mi è piaciuto il modo in cui è spesso sottolineata la fallacia della memoria, il non ricordare mai bene quello che le persone hanno detto, o i gesti che hanno compiuto. Ma questo non importa: come ha detto qualcuno, possiamo non ricordare quello che gli altri ci hanno detto o fatto, ma certamente ricordiamo sempre come ci hanno fatto sentire.

Mariarita

 
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Il giardino di Elizabeth

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di Elizabeth Von Armin, 1898.

“Mi piace sentirvi parlare della posizione delle donne (…) e mi chiedo quando capirete che la loro posizione è perfettamente appropriata a ciò che sono”

Parlar di fiori per parlare d’altro.
Siamo nella Germania del Nord sul finire dell’800. Elizabeth è una donna inglese sposata ad un ricco prussiano, ha tre bimbe piccole e vive in un maniero isolato circondato da un magnifico giardino che cura personalmente. Lei è una donna anticonformista, che rifugge gli obblighi di società, ama la felicità delle piccole cose, è appassionata di fiori e di libri e considera i lavori di cucito una trovata del Maligno per impedire ai babbei di applicarsi alla ricerca della saggezza. Suo marito non ha un nome, è chiamato l’Uomo della Collera, ed è un personaggio del suo tempo e del suo ambiente: gretto, maschilista, preoccupato del rispetto delle convenzioni.
Intorno a loro si muovono le tre bambine e le amiche di lei, che l’Uomo della Collera disprezza e denigra in quanto donne.
Il romanzo, scritto in forma di diario, è di impronta autobiografica; anche Elizabeth Von Armin, di famiglia inglese, sposò un tedesco duro e tradizionalista, ed ebbe con lui quattro femmine e un maschio, come dire quattro tentativi a vuoto seguiti finalmente da un colpo ben riuscito.
Con penna leggera e ironica e continui riferimenti al giardinaggio, la Von Armin tratteggia la società europea del suo tempo, dove le donne sono accomunate, nei divieti  e nelle prescrizioni delle norme, ai bambini e agli idioti. Dove “leggere è un’occupazione maschile; una donna che legge spreca il suo tempo in modo riprovevole”. Dove le bambine vengono educate a non essere troppo brave negli studi, per non gettare vergogna sulla famiglia: Dio ci scampi dalle donne-genio.
E questo nella società ricca e colta. Tra le file del popolo, poi, le donne sono vittime delle gravidanze, che subiscono e non scelgono. Partoriscono, e il giorno stesso del parto, tornano a fare le domestiche o a lavorare nei campi nell’indifferenza di tutti, in primo luogo dei mariti. L’Uomo della Collera spiega compiaciuto alla moglie e alle sue amiche che in Russia è consuetudine diffusa “mettere a tacere le obiezioni e le aspirazioni di una donna con un bel ceffone che le stenda. Si tratta di una pratica certamente raccomandabile per efficacia e semplicità”. Là, dice con soddisfazione, “qualsiasi ragazzo è istruito al catechismo della cresima sulla necessità di picchiare la donna almeno una volta a settimana per la sua salute e felicità, sia essa colpevole o innocente”.
Un ritratto drammatico dipinto con ironia e pennellate di umorismo. Uno stile leggero applicato ad una materia pesante. Diciamo che, per rincuorarci, possiamo rivolgere lo sguardo alla Storia e ai passi avanti compiuti evitando di considerare quelli ancora da compiere.

Mariarita

 

The Help

 

Di Kathryn Stockett, Mondadori 2009

Questo è il titolo dell’#Acciobookclub del mese di febbraio.
Temo che non troverò parole abbastanza piene, accorate, dolci e dignitose per descrivere le tante emozioni che ho provato, ma intendo comunque tentare.

Siamo all’inizio degli anni ’60 a Jackson in Mississipi, la separazione tra bianchi e neri è esasperata: sono distinti i quartieri, gli ospedali, i bagni, addirittura i libri non possono avere proprietari di colore diverso ma devono continuare ad essere letti da chi tra bianchi e neri li ha avuti per primo in proprietà. Le battaglie per i diritti di uguaglianza negli Stati Uniti però cominciano ad avere grande risonanza, grazie anche alla figura trascinante di Martin Luter King e al Movimento per i diritti civili.
Cavalcando l’onda di questa ribellione, Miss Skeeter, Eugenia Phelan all’anagrafe, propone ad una brillante Miss Stein, editrice della Harper & Row di New York, la stesura di un libro di interviste sulla condizione delle donne nere a servizio dalle signore bianche, dando per la prima volta voce a chi non ne ha mai avuta. Il punto di vista delle domestiche nere è sicuramente un territorio inesplorato di cui Miss Stein comprende tutto il potenziale dunque acconsente a leggere un po’ di materiale.

Miss Skeeter, dolce e anticonformista, colta, gentile e appassionata, fa i primi passi nel quartiere dei neri alla ricerca di donne che la vogliano aiutare, mettendo così a rischio tutto il loro mondo. Inizialmente incontra solo una forte e comprensibile resistenza. Per fare quello che nessuno ha mai fatto ci vuole coraggio, si deve accettare il rischio di poter perdere tutto o peggio.
Ma Miss Skeeter troverà delle donne magnifiche mosse da una gran voglia di creare un mondo diverso da lasciare ai loro figli.

Aibileen è la vera protagonista del libro: sulla cinquantina, segnata da una vita che non le ha riservato molte gentilezze, possiede la grazia di chi ha superato le avversità una dopo l’altra, incassando i colpi con dignità, e con fatica si è rialzata, avanzando quel minimo di forza necessario per andare avanti. I suoi racconti sono quelli di un’amorevole donna che ha voluto bene ai bambini che ha cresciuto, considerandoli tutti un po’ suoi. Insegna che avere coraggio è importante prima di tutto per se stessi.

Minny Jackson: esuberanza e schiettezza. Minny, che perde lavori uno dietro l’altro per la sua incapacità di tenere la bocca chiusa. Minny, che si sforza di mantenere il contegno e restare nel suo ruolo. Ma quel ruolo le va così dannatamente stretto che la vita e le parole le scivolano fuori quasi che non ne avesse il controllo. Minny e la Terribile Porcata che da sola vale la lettura del libro.

Miss Celia è l’unica donna bianca, si intende a parte Skeeter ovviamente, per la quale riuscirete a provare un sentimento positivo. Miss Celia si potrebbe definire una “nuova ricca”, non lo è di nascita, ma lo è divenuta sposando Johnny Foote. Prima di diventare una moglie, è stata una donna che ha conosciuto povertà e fatica. “Vite facili non hanno mai creato persone forti”. Vero, infatti, Miss Celia con la sua esuberanza, con i suoi abiti cangianti e scollati e i suoi capelli biondo burro, nasconde un animo buono e puro. Soprattutto è l’unica donna bianca di Jackson ad aver già capito, senza bisogno che sia un libro a spiegarlo, che bianchi e neri non sono diversi e che possono mangiare con gioia allo stesso tavolo.

Ultima, ma non per importanza, Miss Hilly. Un bel libro si costruisce bilanciandone le parti e i buoni devono quindi avere un antagonista di tutto rispetto. Bhè Miss Hilly è il più riuscito dei personaggi perché i sentimenti negativi che vi susciterà sono molteplici e terminano tutti l’orticaria. E’ giovane, arrivista, ha fatto un buon matrimonio di potere che l’ha incoronata regina indiscussa di Jackson. Tutte portano rispetto a Miss Hilly, nessuno si permette di contraddire Miss Hilly. E’ un metro e cinquanta di disprezzo e capelli cotonati.

Ho trovato questo libro stupendo e per la trama vi rimando alla lettura. Quello che più mi porto dietro sicuramente ha a che fare con il cuore grande dei suoi personaggi. La causa che tratta è una pagina di storia molto importante, che qui viene resa con gentilezza e toni sottili, senza però snaturarne il significato e la portata. Ve lo consiglio, caldamente. E’ ben scritto, i capitoli sono brevi e permettono intervalli nella lettura.
Anche il film, che ho visto subito dopo, è un bel lavoro. Ci sono tanti nomi importanti: Emma Stone, Jessica Chastain, Viola Devis, Octavia Spencer. Ciascuna di loro ha saputo con grande naturalezza rendere le sfumature del proprio personaggio e devo dire che mi sono sentita soddisfatta, non come la maggior parte delle volte in cui il film dopo il libro è una totale delusione.

Fatemi sapere se lo leggerete, se lo avete letto con tutti noi dell’#Acciobookclub o se lo avete letto in altre occasioni. Raccontatemi!

Anna

P.s. Nel frattempo ho letto pure Polizia di Jo Nesbo che non ho recensito perché nel blog era già stato fatto dalla mia collega. Vi lascio il link alla sua recensione, ci tengo solo a dire che a me, a differenza sua, il libro è piaciuto molto. Sicuramente violento, ma davvero intrigante. Nesbo maestro di intreccio!

 

L’arminuta

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di Donatella Di Pietrantonio, 2017

“Ripetevo la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”

Un meritato Premio Campiello 2017. Una storia ben raccontata, in uno stile asciutto, senza alcuna indulgenza verso la retorica o la tenerezza, eppure commovente come poche lo sono. Un bellissimo romanzo sul legame materno, sull’importanza di appartenere a qualcuno, di avere radici, di riconoscersi in chi ci ha allevati con cura.
L’ “arminuta”, cioè la ritornata, ha tredici anni, è stata cresciuta in città da una donna benestante che ha creduto essere sua madre, e dalla quale viene improvvisamente restituita alla madre naturale, poverissima e già oberata da tanti figli.
Di lei non si sa nemmeno il nome, perché in fondo non ha un’identità. Sono le nostre radici che ce la conferiscono, e l’arminuta radici non ne ha. Ha due madri e nemmeno una. Chi l’ha allevata la rispedisce al mittente senza una parola di spiegazione. Chi l’ha generata non conosce i gesti dell’amore, ma solo la fatica di vivere. L’arminuta sta lì in mezzo, sballottata come un pacco, in disperata attesa da una parte di un ritorno, o almeno di un perché che non arriva, e dall’altra di un gesto di attenzione che ugualmente latita.
Il romanzo è stato associato ad “Accabadora” (qui), anch’esso sulla doppia maternità – di chi genera e di chi cura. Entrambi sono ottimi romanzi, ma con uno stile ben diverso tra loro. Tanto la prosa di Michela Murgia è rotonda e musicale, quanto quella di Donatella Di Pietrantonio è secca e brusca. Li accomuna il tema, l’ambientazione e il bellissimo ritratto di ragazze forti e diritte.
Il finale è meraviglioso.

Mariarita