Selva oscura

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di Nicole Krauss, 2018.

Jules Epstein, milionario ebreo americano, sposato da trentacinque anni e padre di tre figli ormai adulti, uomo di successo, forte, risoluto e litigioso, abbandona improvvisamente la propria vita. Lascia la moglie e si ritira in Israele all’Hotel Hilton di Tel Aviv. Lì fa un bilancio esistenziale e decide di finanziare progetti come un bosco di 4.000 alberi e un film su Re David.
Parallelamente anche l’alter ego della scrittrice, o forse la scrittrice stessa, decide di prendersi una pausa di riflessione dalla propria vita – marito, due figli piccoli e una crisi creativa come scrittrice – e lascia Brooklyn alla ricerca delle proprie radici in Israele. Qui, a Tel Aviv, raggiunge il medesimo Hotel Hilton, al quale la legano ricordi familiari e dove viene coinvolta da un amico del padre in un progetto un po’ folle sulle orme di Kafka.
Nicole Krauss è considerata una delle penne americane più talentuose in circolazione. È anche la ex moglie di un altro enfant prodige della letteratura ebraica americana, Jonathan Safran Foer, di cui tempo fa lessi “Ogni cosa è illuminata”, libro che non mi fece per nulla venir voglia di affrontare gli altri della sua produzione letteraria.
“Selva oscura” – titolo ripreso dai versi di Dante – ha avuto un grande successo di critica e di pubblico e a me è stato consigliato da più di un amico lettore.
Vorrei dire che l’ho apprezzato anch’io, ma non posso. Lo stile virtuosistico di chi vuole dimostrare che sa scrivere mi urta, soprattutto quando sembra il fine e non il mezzo di un libro. Le vicende narrate mi sono parse vagamente inconcludenti e tirate per le lunghe, quasi un pretesto per dare sfoggio di manierismo letterario. L’unica virtù che riesco a scorgere nella Krauss è che scrive un po’ meglio dell’ex marito, a mio parere insopportabile.
Consapevole di essere una voce fuori dal coro, sarò breve: non mi è piaciuto. Punto. E a voi?

Mariarita

 

Il diario di Jane Somers Se gioventù sapesse

 

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di Doris Lessing, 1983-1984.

Jane Somers ha più di cinquant’anni, è dirigente di una affermata rivista femminile, è  bella ed elegante, benestante, perfezionista, votata alla carriera, vedova di un marito tiepidamente amato, ed estremamente sola. Non sembra quasi consapevole di esserlo, la sua vita funziona così punto, tempo per rimpianti non ce n’è, ancora meno per fermarsi a chiedersi se tutto ciò rappresenta quello che ha davvero voluto nella vita.
Ma la solitudine è un vuoto e i vuoti cercano da sé di colmarsi. Una anziana da accudire (“Il diario di Jane Somers”) o un amore sospeso (“Se gioventù sapesse”) sono quello che la vita le fa trovare lungo la strada per aiutarla a recuperare il senso degli affetti, la cura dell’altro e le emozioni che sono il sale della nostra vita.
Doris Lessing conseguì il Premio Nobel per la Letteratura nel 2007 quale “cantrice dell’esperienza femminile”. Qui, più che cantrice delle donne, lo è della loro solitudine e del sapore amaro che la solitudine porta con sé.
La vera protagonista dei romanzi non è però Jane Somers. È Londra, meravigliosamente descritta nel suo tempo atmosferico che cambia continuamente, nei suoi pub, nei personaggi che si incontrano in strada o nei sobborghi. Se ci siete stati almeno una volta, è impossibile che non la riconosciate, è proprio lei.
Il linguaggio è sempre frugale, estremamente semplice, proprio come quando scriviamo il diario della nostra giornata, eppure ricco e mai banale. Un linguaggio “accogliente”, ha detto qualcuno, in cui ti ritrovi a casa.
Bello il titolo del secondo romanzo, che riprende un proverbio francese che suona così: “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”. Sagge parole.

Mariarita