Il ladro gentiluomo

Il ladro Gentiluomo

Di Alessia Gazzola, Longanesi, 2018.

Vincitrice del Premio Bancarella 2019, Alessia Gazzola si conferma una delle scrittrici più apprezzate del panorama italiano.

Il ladro gentiluomo è solo l’ultimo della serie di fortunati romanzi che raccontano le vicissitudini di Alice Allevi, interpretata da Alessandra Mastronardi nella serie tv “L’Allieva“. Alice, primo personaggio uscito dalla penna di Alessia Gazzola, resta il mio preferito: fresca e divertente, un giusto mix di goffaggine, sfiga, tenacia, umiltà e forza. A volte diventa un pochino caricaturale, ma tendenzialmente è una figura femminile divertente e intraprendente.

Il giallo ruota intorno alla misteriosa sparizione di un famoso diamante che viene ritrovato nello stomaco di un cadavere diversi anni dopo. Non vorrei risultare impopolare, ma non è mai la vicenda criminosa quella che mi spinge alla lettura di questi romanzi: Alice Allevi è un personaggio che ho seguito fin dalla sua nascita, è un po’ come se le fossi affezionata. Voglio sapere se alla fine riuscirà a trovare o meno la sua stabilità finanziaria, ma soprattutto emotiva. 

Sono tanti altri i personaggi femminili che Alessia Gazzola sta pian piano portando nelle nostre case: qualche anno fa ci aveva raccontato la storia di Emma, stagista in una casa di produzione cinematografica, in cui tutte noi, con un lavoro precario, ci eravamo un po’ immedesimate (vi lascio il link del mio articolo ). In tempi più recenti c’è stata Lena (Lena e la tempesta) ed ora Costanza (Questione di Costanza): ancora non conosco queste donne. Se qualcuno di voi sa darmi qualche feedback, è senz’altro ben accetto.

Tornando ad Alice…adesso uscirà dai nostri radar per un po’ quindi chi non avesse mai letto nulla di questa fortunata serie avrà tutto il tempo per rimettersi in pari.

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Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Di Stuart Turton, Neri Pozza, 2019.

Il romanzo d’esordio di Stuart Turton è stato accolto con furore dalla critica. A me il libro è stato prestato da un’amica, ma ne avevo sentito molto parlare in diverse reviews di bookbloggers che seguo e stimo. Il motivetto ricorrente delle varie recensioni è legato all’originalità del testo, una lettura scoppiettante.

Siamo immersi in un giallo alquanto singolare che tenderà a farvi smarrire la bussola. La costruzione del racconto è quanto mai insolita: l’idea c’è. La tenuta degli Hardcastle, Blackheath, si trasforma in un moderno tabellone di una partita a Cluedo.

Blackheath è una maestosa residenza di campagna, cinta da acri sconfinati di foresta, che è pronta a riaprire le sue porte per ospitare il ballo in maschera organizzato dai padroni di casa. Le macabre circostanze che la festa vuole ricordare, unite agli accadimenti quanto mai singolari della giornata, porteranno ad un tragico epilogo. Come annunciato nel titolo, la giovane Evelyn Hardcastle troverà la morte. Chi è l’assassino? Il protagonista Aiden Bishop vede la sua libertà strettamente collegata alla risoluzione dell’enigma. Per liberarsi dalla maledizione di Blackheath deve infatti consegnare il colpevole, trovando la risposta in ventiquattro ore, affidandosi alle proprie percezioni e soprattutto tenendo alta la guardia nei confronti delle altre maschere si muovono per la tenuta: nessuno è ciò che sembra. L’unica certezza è che qualcuno lo tradirà.

Devo dire che l’idea è davvero singolare e intrigante. Una partita con in ballo la vita, giocata in maniera sincopata e scorretta, in modo da tenere il lettore incollato. Il ritmo è incalzante e lo sviluppo del giallo può ricordare “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Tutte note positive. Ma, perché c’è un ma, ad un certo punto l’intricarsi della storia e il rimescolarsi dei personaggi rischiano di far perdere il filo del racconto. Ci si trova ad un certo punto in cui si leggono i nomi e ci si chiede: “Chi è già lui? Cos’ha fatto?”. Questo in un giallo mi infastidisce un po’: vorrei poter correre fino all’ultimo rigo in un climax ascendente, non dovendomi rallentare per tornare indietro a leggere qualche passaggio. Ora voi mi direte che potrebbe essere un mio problema, mia scarsa attenzione e sicuramente in parte lo è. Ma ragazzi, devo anche leggere serena sotto l’ombrellone: se volevo impegnarmi portavo “La scuola cattolica” insomma.

Il finale è particolare. L’amica che vi dicevo mi ha prestato il libro lo ha trovato debole: una soluzione veloce per uscire da un intrico ormai andato troppo oltre. Io devo ammettere che non ho avuto la stessa impressione: per me è stato un finale originale, alla Matrix. Valida conclusione di un libro sopra le righe.

Sicuramente va dato all’autore il merito dell’originalità: un archetipo davvero notevole. Complesso e affascinante, il romanzo rimescolerà le carte più e più volte, stravolgendo quello che pensavate di avere capito.

Ve lo consiglio. Se vi va di acquistarlo e lo fate da questo link date anche una mano al blog. E’ pure in sconto adesso.

Anna

La scomparsa di Stephanie Mailer

Di Joel Dicker, La nave di Teseo 2018

Il capitano Jesse Rosenberg è alle porte della pensione, un’illustre carriera sta per concludersi nel pieno plauso dei colleghi quando la giovane giornalista Stephanie Mailer lo contatta per metterlo di fronte ad un errore compiuto nel 1994. All’epoca Rosenberg e il suo partner Derek Scott risolserso il quadruplice omicidio che sconvolse la tranquilla cittadina di Orphea, stato di New York. La persona che venne incriminata secondo la Mailer era in realtà innocente. Peccato che la giovane donna non abbia il tempo di fornire le prove della veridicità della sua tesi perché scompare misteriosamente pochi giorni dopo.

Cos’è successo a Stephanie Mailer? Davvero lui e il suo collega tanti anni prima avevano preso un abbaglio così grosso proprio sul caso sul quale è stata poi costruita tutta la loro carriera? Nonostante più voci incoraggino Jesse a lasciar perdere, a godersi con serenità l’agognato riposo, la sua coscienza non gli consente di ignorare quanto appreso. Tornerà ad Orphea con il suo vecchio compagno e, con l’aiuto di Anna Kanner, verrà riaperta l’indagine tirando fuori un po’ di scheletri dagli armadi.

Un romanzo, questo di Dicker, che difficilmente può rientrare in uno schema predeterminato. Ha senza dubbio i tratti del noir, del thriller, ma la trama del giallo si incrocia, come poi succedeva anche nei suoi lavori precedenti, con quella dei personaggi che vengono indagati e raccontati in maniera profonda, non solo funzionale al racconto.

La narrazione è caratterizzata da continui flashback e salti temporali tra il presente, dove si muovono i nostri protagonisti, ed il 1994, anno del quadruplice omicidio che sostiene e legittima tutto il racconto. La scrittura si mantiene semplice e lineare; a movimentare la lettura ci pensano i salti temporali, il cambio continuo della voce narrante e la ricerca (esasperata?) del colpo di scena.
Che posso dire: è un tipico romanzo di Dicker. Lo si riconoscerebbe tranquillamente anche se ci si approcciasse alla lettura senza sapere che è lui l’autore. Ha trovato una “ricetta” che pare funzionare e, come è logico che sia, ce la ripropone. Lo trovo sempre debole sui finali: mi pare che voglia sempre mettere troppa carne al fuoco, senza poi saper gestire una chiusura degna delle aspettative create. Avevo provato questa sensazione un pochino anche leggendo Herry Quebert e la ritrovo anche oggi. E’ un po’ come la sesta stagione di Lost: non so più come uscirne allora dico che sono tutti morti. Tiepidino. Nel complesso il romanzo è gradevole, anche se non il mio preferito tra i suoi (che rimane senza dubbio il super inflazionato “La verità sul caso Harry Quebert“). Lo avete letto? Vi siete fatti contagiare dalla Dicker-mania dopo l’uscita della serie? Fatemi sapere.

Anna

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Il suggeritore – Il gioco del suggeritore

Donato Carrisi, 2009 – 2018 Longanesi

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‘Li chiamiamo mostri perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo ‘diversi’, diceva Goran nei suoi seminari. ‘Invece ci assomigliano in tutto e per tutto. Ma noi preferiamo rimuovere l’idea che un nostro simile sia capace di tanto. E questo per assolvere in parte la nostra natura. Gli antropologi la definiscono ‘spersonalizzazione del reo’ e costituisce spesso il maggior ostacolo all’identificazione di un serial killer. Perchè un uomo ha dei punti deboli e può essere catturato. Un mostro no.’

Dopo quanto silenzio torno a trovare il coraggio di scrivere qualche riga. Non che nel frattempo io non abbia letto altro. Semplicemente, come per tutte le cose della vita, non era il momento per me di prendermi il tempo, di riordinare le idee e si lasciar fluire le parole.
Le idee ancora sono ben confuse, ma il progetto del 2019 è quello di iniziare a riordinarle.

Ci eravamo lasciati con Mangia, Prega, Ama. Un libro che ha rappresentato per me un faro nella notte. Ci ritroviamo con qualcosa di sicuramente meno edificante dal punto di vista personale, ma che ha un impeto, una costruzione, una forza che non lasciano certo indifferenti.
Mi sento di dire in tutta onestà che Il suggeritore sia uno dei thriller più belli che io abbia mai letto. Si mantiene vivo dall’inizio alla fine. Tu sei li, che affronti ogni pagina spaventato. Perché quando i libri sono costruiti con un tale crescendo, spesso sul finale si sgonfiano come un palloncino bucato. E’ difficile non tradire le aspettative. Pensiamo a Dicker per esempio che scrive dei tomi pazzeschi, con continui colpi di scena che ti bombardano e ti catturano, poi arrivi alla conclusione e non regge mai il confronto con il resto del libro. Tanto che dell’ultimo non ricordo nemmeno chi è l’assassino.
In ogni caso dicevo che Il suggeritore invece esplode nelle ultime pagine. Chapeau.
Un suggeritore è per natura qualcuno che suggerisce, instilla, sussurra all’orecchio. Pensate cosa si potrebbe fare sussurrando parole sbagliate all’orecchio di chi già di suo possiede il germe della violenza.

Mila Vasquez, esperta di persone scomparse, affiancherà nelle indagini la squadra del criminologo Goran Gavila al fine di ritrovare le bambine a cui appartengono sei braccia sinistre rinvenute in un macabro cimitero.
Con il ritrovamento di ogni bambina ci sarà un nuovo indizio che condurrà ad un nuovo criminale. Tutto fa parte parte del grande disegno del serial killer subliminale che, come un perfetto burattinaio, tira i fili dello spettacolo.

Il gioco del suggeritore ritrova Mila diversi anni dopo. E’ una madre single che ha abbandonato la polizia per dedicarsi a sua figlia, per crescerla in un ambiente che non avesse niente a che vedere con il crimine, la morte, il male.
Ma “è dal buio che vengo. Ed è al buio che ogni tanto devo ritornare”. Motivo per cui, seppur con iniziale riluttanza, Mila si lascerà coinvolgere nelle indagini riguardanti la strage di una famiglia della quale non sono ancora stati rinvenuti i corpi.

Il secondo romanzo, scritto a quasi dieci anni dall’esordio, è a mio avviso meno potente. Ho sentito meno intrigante l’ambientazione. Per chi lo vorrà leggere, troverete un videogioco a farvi da sfondo e da filo conduttore. Diciamo che io preferisco le cose un po’ più pratiche. E’ senza ombra di dubbio un buon giallo. A mio avviso il primo è inarrivabile.

Mi ha incuriosito la costruzione del personaggio di Mila e la sua completa incapacità di provare emozioni, empatia. Mi sono trovata a chiedermi come dovrebbe essere vivere effettivamente così. Io sono solo emozione e sento che a volte basterebbe anche sentire meno. Ma non sentire niente? Dover guardare le espressioni di chi ci sta intorno per capire quale sentimento provare ad emulare non deve esser facile. Si chiama alessitimia o più semplicemente analfabetismo emotivo.

Li avete letti? Avete letto il primo e poi oggi, dieci anni dopo, vi approcciate al secondo? Penso che averli letti uno di seguito all’altro abbia in qualche modo influenzato negativamente il mio giudizio sul secondo libro. Fatemi sapere.
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Il suggeritore

Il gioco del suggeritore

Ora sto leggendo Murakami. Voglio prepararmi al mio prossimo viaggio in Giappone cominciando ad assaporarne l’atmosfera. Vi farò sapere.

Anna

 

Il senso del dolore

Il senso del dolore

Di Maurizio De Giovanni, Einaudi 2012

Il senso del dolore, nella sua riedizione per Fandango nel 2007, apre quella che sarà la fortunata serie di gialli scritti da De Giovanni aventi come protagonista il commissario Luigi Alfredo Ricciardi.

Il romanzo è ambientato a Napoli, una Napoli oscura, misteriosa, ma anche fervente e viva, in un andirivieni continuo tra i Quartieri dove vive la povera gente, via Toledo che funge un po’ come spartiacque tra le due città, e il ricco centro dove ci si ferma spesso a prendere un caffè e una sfogliatella nella sala del Gambrinus.
Al Teatro San Carlo, durante la rappresentazione di Cavalleria Rusticana e Pagliacci viene ucciso Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale. Lo si aspettava per la sua parte, quella del pagliaccio Canio, ma non vedendolo uscire dal suo camerino viene forzata la porta. Vezzi giace in una pozza di sangue, la giugulare zampillante.
Il tenore apparteneva alla cerchia di amicizie personali del Duce e dunque le pressioni per la risoluzione del delitto si fanno da subito insistenti per Ricciardi.
Vezzi, il cui successo era parificabile solo al suo ego smisurato, al suo poco rispetto per il lavoro o l’onore di chicchessia, non era certo circondato da persone che volessero il suo bene. Come ben presto scoprirà Ricciardi tutti, dai colleghi, all’impresario, alla moglie, tutti avevano un motivo per odiarlo quanto bastava da desiderarlo morto ma ciascuno di loro aveva anche un motivo per il quale averlo in vita era ancora più importante.

Ricciardi è un personaggio riservato, posato ma autorevole, instancabile lavoratore; non è solito concedersi alle frivolezze della vita. Ha una peculiarità che vive a tratti come un dono, a tratti come una spada di Damocle sulla sua testa: può vedere gli spiriti dei morti di morte violenta. Durante quello che lui chiama Il Fatto queste figure si mostrano nel loro ultimo istante di vita: non interagiscono con lui, si limitano a riportare quella che è stata la loro ultima emozione.
Più volte queste visioni hanno aiutato il Commissario nella risoluzione delle sue inchieste, ma a che caro prezzo.

Il romanzo si legge d’un fiato. Lo stile è ricco, mai banale. Davvero un ottimo libro. Ve lo consiglio vivamente. Io sicuramente continuerò a leggere qualcuna delle altre avventure del Commissario.

Anna

Il commissario Bordelli

teatan2016-20_il_commissario_bordellidi Marco Vichi, 2002

Siamo a Firenze, in un caldissimo agosto del 1963. L’anziana proprietaria di un’antica villa viene trovata morta in casa, sul proprio letto, in circostanze misteriose. Delle indagini si occupa il commissario Franco Bordelli, coadiuvato dal giovanissimo Piras, un sardo figlio di un vecchio commilitone del commissario.
Bordelli è un uomo di cinquantatré anni, solitario, malinconico, disincantato e molto umano. Un commissario che arresta i cattivi, ma chiude un occhio con i poveracci che rubano e delinquono, ma cattivi non sono. Uno che nel suo mestiere ne ha viste di tutti i colori, e ha imparato a non infierire con i deboli e anzi a fare quello che è in suo potere, persino al limite del lecito, per rimediare alle ingiustizie della vita.
Ha combattuto in guerra, Bordelli, e la guerra gli è rimasta nella testa come un pensiero ricorrente, un ricordo che si affaccia  nella sua mente di continuo.
Il giallo ha una struttura classica, con uno svolgimento tradizionale e una soluzione diciamo così “con lieto fine”, persino troppo facile, veloce e rassicurante. L’ambientazione negli anni ’60 conferisce al tutto un alone nostalgico.
La figura del commissario ha qualcosa di dejà vu. Chissà perché questi poliziotti si somigliano un po’ tutti: tutti un po’ orsi e ormai abituati alla loro solitudine, con amori sfortunati alle spalle, osservatori distaccati e un po’ cinici del mondo, fumatori incalliti. E naturalmente con un cuore tenero dentro la scorza dura.
Non c’è niente di originale, ma è una lettura piacevole, che scorre via veloce senza lasciare traccia né nel cuore, né nella mente. Nulla di memorabile, ma la resta curiosità di provare, senza fretta, gli altri gialli della serie.

Mariarita

Al buio

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Di Patricia Cornwell, 2008

Dovrete perdonarmi, non è che io abbia abbandonato completamente la lettura. Più precisamente sto leggendo tutti i libri di Harry Potter, meravigliosi, dei quali non vi propino alcuna recensione perché credo che si già stato detto tutto quello che c’era da dire. Attualmente sono al sesto libro e ho deciso di fare un piccolo intervallo per leggere questo giallo della Cornwell.

Questo è l’anno delle prime volte: dopo il primo romanzo letto di Agatha Christie, ora il primo della Cornwell. Scelto senza un vero perchè, ottenuto con uno scambio su Acciobooks (piattaforma di sharing della quale vi ho già parlato in qualche post precedente. Tra l’altro comprendo la citazione harrypotterosa solo ora, perdonate la mia ignoranza! 😉 ) questo libro mi ha lasciata un pochino stordita.
Sono neanche 200 pagine nelle quali vengono presentati una serie notevole di personaggi, intrecci e dinamiche tali da far perdere un pochino la bussola a chi legge. O almeno per me è stato così. Forse era carente la mia attenzione perchè proiettata verso il Ministero della Magia? Possibile, assolutamente.
C’è un poliziotto, Win Garano, già protagonista del libro A rischio, che viene incaricato dall’aggressivo procuratore distrettuale, Monique Lamont, di indagare su un caso vecchio di quarant’anni per provare che poteva esser stata opera dello strangolatore di Boston. La risoluzione dell’omicidio di Jane Brolin, cittadina britannica non vedente assassinata violentemente nel 1962, porterebbe al procuratore la giusta dose di attenzione mediatica e il favore dell’opinione pubblica, due delle cose che paiono importarle più che il rispetto della giustizia in quanto tale.
I risvolti a cui le nuove indagini porteranno saranno però ben più torbidi di quanto ci si potesse aspettare.

Ne è seguito un film con Andie MacDowell e Daniel Sunjata che non ho visto, ma vedrò. Qualcuno lo ha già visto e può darci un parere?

Tirando le fila non posso dire che questo libro mi sia piaciuto, non sarebbe vero. Però vorrei fare un tentativo con Kay Scarpetta, il personaggio più famoso della Cornwell e vedere come va. Anche qui avete un titolo particolare da consigliarmi?

Anna

Letture estive

E’ passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta in cui ho avuto abbastanza tempo, calma e concentrazione per potermi dedicare a raccontarvi di quello che sto leggendo e guardando. Oggi però sono sola in casa, il tempo è bruttino ma tenendo le finestre aperte in casa si crea una piacevolissima corrente, sto ascoltando una playlist dei Coldplay e non potrei immaginare un momento più perfetto di questo.

C'è un cadavere in biblioteca

Ho letto il mio primo giallo di Agatha Christie e sono davvero contenta di questo. Ho iniziato con C’è un cadavere in biblioteca, arrivato tra le mie mani con uno scambio su AccioBooks (se non sapete di cosa parli, è davvero il caso che facciate una googlata). Dicevo comunque, Aghata Christie la regina del giallo per eccellenza. Nel romanzo in questione il personaggio di Miss Marple, che già adoro, dà sfoggio di tutta la sua acutezza. Si può dire che quello narrato sia l’enigma in piena regola: sembra di giocare una partita di Cluedo, l’assassino è Professor Plum con il candelabro in camera da letto.
Sicuramente continuerò con la scoperta dei romanzi di questa grande autrice, per il momento andando avanti con Miss Marple ma più avanti troverò un po’ di tempo anche per Poirot.

Cose che nessuno sa

Parliamo invece dell’altra mia lettura recente: Cose che nessuno sa di Alessandro D’Avenia. (Anche questo arrivatomi tramite AccioBooks!) Questo è stato per me il libro delle contraddizioni: non posso dire mi sia piaciuto,  ma mi sono asciugata più volte le lacrime per l’immensità di alcuni passaggi. Mi trovo in vera difficoltà pensando di far un bilancio.
Parliamo di un dramma familiare vissuto dalla giovane Margherita, quattordicenne in piena crisi adolescenziale che vede il padre lasciare la famiglia e la madre farsi schiacciare completamente dalla perdita, tutto questo mentre affronta i primi giorni di liceo e tutti i piccoli traumi che questa fase della vita ha comportato in quasi tutti noi. La tematica della crescita, della formazione e dell’adolescenza pare essere piuttosto cara all’autore che già aveva scritto Bianca come il latte rossa come il sangue. (Tra l’altro rileggendo la recensione che avevo fatto all’epoca noto che i suoi libri continuano a farmi il medesimo effetto!)
Il libro racconta del viaggio, fisico e spirituale, di Margherita verso una nuova se stessa, più donna, più consapevole e verso suo padre, figura lontana verso la quale tendere la mano.
Bel personaggio è nonna Teresa, anziana donna del sud, confidente di Margherita, porto sicuro nel quale fermarsi nei momenti di sconforto. La nonna sa sempre quale aneddoto raccontare o quale dolce infornare per lenire il dolore. E un po’ è vero, anche la mia era una nonna così.
L’andamento del libro è nel complesso piuttosto lento, c’è molto, moltissimo spazio lasciato all’introspezione dei personaggi e lunghi excursus letterari che a mio parere talvolta appesantiscono un pochino la narrazione. Però, come dicevo all’inizio, ci sono momenti altissimi e quindi, fosse anche solo in ragione di quelli, credo che il libro meriti una chance.

“Guardò il cielo e la vita le sembrò uno strano equilibrio tra ciò che viene tolto e ciò che viene dato: niente si distrugge, tutto si trasforma, aveva imparato dalla professoressa di scienze alle medie. Forse era vero, chi lo sa.”

Ora sto leggendo Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola, il primo romanzo dell’autrice a non avere per protagonista la mia beniamina Alice Allevi. Lo affronto con un misto di timore e speranza poi vi faccio sapere.

A presto,

Anna

 

 

Quando la musica finisce

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di Mary Higgins Clark, 2015.

In Inglese li chiamano “guilty pleasures”, piaceri colpevoli. Sono quelle cose che ci piacciono, nonostante ne vediamo i difetti e i limiti, a volte persino la volgarità, e per questo ci vergognamo un po’ ad ammetterlo. Mary Higgins Clark è un po’ il mio guilty pleasure.
È una scrittrice di gialli newyorkese, che ha da poco compiuto la bellezza di 88 anni e ancora sforna – o per lo meno firma – gialli a ripetizione. Nei suoi 40 anni di carriera di scrittrice ha venduto 80 milioni di copie. Non male.
Questa signora è senz’altro ricchissima, ora, ma non lo è sempre stata. È nata nel Bronx nel 1927, da genitori irlandesi e ha avuto una vita davvero difficile, prima di diventare famosa in età già matura. Di famiglia umile, da bambina rimase orfana di padre, e la madre dovette arrangiarsi con mille lavori per mantenere i tre figli. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, un suo fratello si arruolò, ma morì in guerra. Mary si sposò giovane, ma rimase vedova a soli 36 anni, con ben cinque figli da mantenere. Fece la segretaria, la hostess della Pan Am, la scrittrice di sceneggiati radiofonici e altri lavori temporanei per sbarcare il lunario, finché, alla soglia dei 50 anni, scrisse il suo primo romanzo giallo, che ebbe molto successo. A questo ne è seguita un’altra quarantina, una media di circa uno all’anno, l’ultimo dei quali è “Quando la musica finisce”, edito nel 2015.
Le sue storie si somigliano tutte e hanno in comune alcuni stereotipi che ne rendono facilmente riconoscibile la paternità, o in questo caso sarebbe meglio dire “maternità”.
Intanto sono sempre ambientate a New York, più precisamente a Manhattan, più precisamente in qualche strada-bene del quartiere-bene di New York. Al massimo, in qualche caso, parte della storia si svolge in un elegante sobborgo residenziale del New Jersey.
Protagoniste sono invariabilmente ragazze giovani e belle che, a meno di 30 anni (beate loro!), hanno già tutte un lavoro di successo; del genere più vario, ma sempre di successo. Sono tutte molto carine, molto snelle e alte di statura. In molti casi amano lo sport, particolarmente nuoto e sci e, chissà perché, viene sempre sottolineato che sono ottime guidatrici. Sono sempre laureate, provengono da famiglie “per bene” e sono tutte brave ragazze di sani principi e cattoliche praticanti.
Sono sempre single all’inizio del romanzo, e si innamorano prima della fine, ovviamente di un bravo giovane un po’ più vecchio di loro, anche lui molto per bene, con un lavoro di successo e piuttosto danaroso. A volte si tratta di giovani vedove che hanno perso in circostanze tragiche l’adorato maritino appena sposato, ma mai si tratta di divorziate o separate: la cattolica Higgins Clark non approva queste cose.
La vicenda gialla parte da un omicidio che è sempre molto “pulito”, non ha mai niente di sordido. Parallelamente alla storia principale, se ne dipanano altre che si intrecciano tra loro con un ritmo molto “televisivo” (e infatti sono diversi gli adattamenti per la TV che questi gialli hanno conosciuto) e trovano un punto di incontro nella rivelazione finale. Alla fine la protagonista trova l’amore e tutto finisce bene.
Tutto è molto geometrico. Ad esempio viene sempre precisata l’età dei personaggi o quanto tempo è passato da un certo evento, e si tratta sempre di un ordine matematico molto preciso, una specie ricerca di riferimenti temporali estremamente puntuali. Esempio: lei ha 30 anni, la sua bambina ne ha 5, sua madre ne ha 50; quello ha 70 anni, sua moglie ne ha 5 di meno, sono sposati da 45 e così via… Alcuni passaggi denunciano l’età dell’autrice, come quando scrive di qualcuno che ha “appena 67 anni”; o che è morto in giovane età “ammazzandosi di sigarette”, poi si scopre che la giovane età era 70 anni; o di uno che ha 72 anni, di cui la scrittrice si preoccupa di informarci che ne vivrà almeno altri 20, dato che proviene da famiglia longeva.
I personaggi positivi della storia, anche quelli minori, sono sempre appartenenti al ceto sociale medio alto, in una irritante equazione: buona posizione sociale+buon livello di istruzione=garanzia di moralità.
Le coppie descritte, anche quelle di contorno, sono sempre molto unite in matrimoni longevi e meravigliosi che non conoscono crisi e, se uno/una resta vedovo/a, piange amaramente il coniuge per molti e molti anni prima di aprire il suo cuore a qualcun altro, col quale ovviamente si unirà in matrimonio, non essendo mai contemplata la convivenza e nemmeno la fornicazione extra matrimoniale.
Le figure paterne sono sempre meravigliose, forse per una sorta di transfert della scrittrice che perse il padre da piccola e ne avrà per questo serbato un ricordo ammantato di rosea nostalgia.
Le psicologie dei personaggi sono tagliate con l’accetta, poco sfumate e poco approfondite. Il linguaggio è molto pulito e i dialoghi sono un po’ artificiali e “costruiti”, poco realistici.
Bene. Con queste premesse, di Mary Higgins Clark ho letto esattamente 25 romanzi (li ho contati, li ho nella mia libreria)!
Sarà che l’intreccio giallo è ben costruito. Sarà che, nonostante sembrino storie scontate e prevedibili, in realtà la scoperta dell’assassino mi sorprende sempre, almeno un po’. Sarà che questo mondo pulito e artificioso ha un suo fascino. Sarà che è bello credere che le cose possano andare bene, che tutto si aggiusti, che la giustizia e l’amore trionfino.
Insomma, non so cosa mi acchiappa di questi libri, eppure mi piacciono, pur vedendone tutti i difetti. E prima di accingermi alla lettura, vado a cercare la bella dedica che immancabilmente la Higgins Clark fa a qualche persona della sua vita, nonché la pagina di ringraziamenti in cui elenca tutti coloro che l’hanno aiutata nel lavoro. Una nota buffa è che spesso ringrazia i figli e i nipoti che le correggono alcune espressioni contenute nelle bozze del libro, non più riconoscibili alle nuove generazioni.
Che dirvi? Se vi piacciono i gialli e le storie a lieto fine, provate questa autrice. Forse diventerà anche il vostro “guilty pleasure”.

Mariarita

La ragazza del treno

La ragazza del treno

Di Paula Hawkins, Piemme 2015.

“La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista, le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua. Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?”

La ragazza del treno è il romanzo d’esordio della giornalista Paula Hawkins, da settimane in classifica. E’ un thriller ben costruito, con una validissima idea alla base che forse poteva essere scritto con una maggiore attenzione alla diversificazione dei personaggi.
Ci sono tre voci narranti, appartenenti alle tre donne alle quali ruota intorno tutto il susseguirsi delle vicende: Rachel, Megan e Anna.
Il personaggio di Rachel, la protagonista, è costruito sapientemente. Ha perso il marito, il lavoro, la sobrietà e la dignità. Dalle pagine trasuda il suo fallimento, è ormai abbandonata all’alcol e non ha più una motivazione che la spinga a reagire. Tutti i giorni prende il treno per Londra, nonostante sia stata licenziata ormai da mesi, per non dover confessare alla coinquilina di essere disoccupata da quando si è presentata ubriaca fradicia al rientro da una pausa pranzo. Nella sua ormai patetica vita non c’è gran ché di avvincente da raccontare, l’unica cosa che la scuote un po’ dal suo torpore è l’appuntamento fisso con Jess e Jason, la giovane coppia che ogni giorno spia attraverso il finestrino quando il treno si ferma al semaforo. Jess e Jason, sono in realtà Scott e Megan, coppia non così ben oliata come può apparire se spiata da lunga distanza.
Due case più avanti rispetto a Jess e Jeson vivono Anna e Tom. Tom è l’ex marito di Rachel, l’uomo che l’ha abbandonata durante il suo più duro periodo di depressione legato all’incapacità di avere un figlio, per rifarsi una vita con la bella Anna. Per Rachel è inaccettabile che ancora vivano in quella che era stata la loro casa, che Anna si adagi nella sua parte di letto e si riposi nella sua poltrona.
Le tre donne hanno più di un punto in comune. I tragici fatti poi raccontati nel libro metteranno in luce legami e dinamiche che il lettore non si aspetta, fino al finale. Ecco se devo essere sincera al finale ci si arriva preparati, niente di inimmaginabile.
Il libro mi è piaciuto, si legge in fretta e volentieri. Ho letto che stanno già pensando all’adattamento cinematografico e ritengo che la storia si presti abbastanza per esser portata sul grande schermo.

Consigliato

Anna